Come non condividere questi passaggi ?
«La democrazia rappresentativa, in Occidente - sostiene oggi
- non esiste più. È stata disarticolata, svuotata di ogni significato».
«Questi tempi hanno partorito una filosofia politica - la
“governamentabilità” - e una pratica politica, la “governabilità”. Parliamo
dell’Italia e delle politiche economiche: non vedo sostanziali differenze tra
Monti, Letta e Renzi».
Se fosse così votare
sarebbe inutile!
«E infatti si inventano parole complesse per definire un
fenomeno semplice. Si parla di “democrazia funzionale” o “democrazia
autoritaria”. Ma l’essenza è che non c’è più democrazia, possibilità di
cambiare direzione alle politiche dei governi per effetto della volontà
popolare».
«………... La democrazia l’hanno già uccisa. Ne discutiamo come
se esistesse ancora».
Sebastiano Campo
Bertinotti si confessa a "Libero":
"Non sono più comunista e vi spiego perché ho scelto"
Presidente
Bertinotti, lei ha stupito tutti con l’intervista al Corsera in cui ha rivelato
la sua apertura verso Comunione e Liberazione.
«Su
questo punto non ho da aggiungere nulla, ho già detto».
Sembra
seccato.
«Ho
raccontato di aver trovato in Cl molto di più e di diverso di quel che mi
aspettavo, in primo luogo il suo popolo».
L’ha
stupita il popolo di Cielle?
«Guardi,
non aggiungo altro: ho subito un’offensiva mediatica e una campagna di
strumentalizzazione. Sono abituato. Ho ricordato che per Gramsci
l’intellettuale può rappresentare il popolo solo se ha con lui “una connessione
sentimentale”. Questo sentimento, tra loro, l’ho trovato».
Però
la sento arrabbiata.
«Anche
lo scontro politico più duro dovrebbe partire dai fatti, e non dalle invettive.
Ma lasciamo perdere. Io dico cose sgradevoli per la destra e per la sinistra,
ne sono consapevole».
Ad
esempio?
«Sostengo
che la storia politica nata col movimento operaio del Novecento si è esaurita».
E
a chi dà fastidio?
«A
molti: è un terreno di lotta politica a sinistra».
Ma
perché ci tiene così tanto a sottolinearlo proprio lei che ha lavorato per
venti anni alla Rifondazione del comunismo?
«Mi
interessa costruire. Se non si prende atto dolorosamente di una sconfitta
irrevocabile della sinistra storica non si può riprendere il cammino, in
nessuna direzione».
E
chi altro scontenta?
«Ovviamente
la sinistra liberista. Ormai, a tenere alto il livello di criticità contro la
dittatura del mercato è rimasta, praticamente sola, la Chiesa di Papa
Francesco».
È
un Fausto Bertinotti che stupisce. L’ex presidente della Camera non ha mai
smesso il suo lavoro di riflessione sulla sua rivista, Alternative per il
Socialismo. Però un conto è il passo del saggista, un altro sono le sue
opinioni contundenti, spesso spiazzanti, e le sue uscite pubbliche. Oggi
Bertinotti si dedica soltanto alla ricerca intellettuale, ma le sue posizioni
sono più radicali di quando - una vita fa - era un leader politico. «La
democrazia rappresentativa, in Occidente - sostiene oggi - non esiste più. È
stata disarticolata, svuotata di ogni significato».
Bertinotti,
se un compagno di Rifondazione la sentisse elogiare Cielle, dichiarare esaurita
la storia del movimento operaio, o che la democrazia è finita dubiterebbe di
lei.
«Io
dico che a sinistra le piste sono esaurite: le due anime che conosciamo non
hanno più nulla da dire».
Quali
piste?
«Sia
l’anima nuovista che quella che si rifugia nella tutela identitaria come se
nulla fosse accaduto».
I
“nuovisti” sono i socialdemocratici e i renziani del Pd?
«Sono
quelli che io considero letteralmente trascinati - nel mio linguaggio - dal
nuovo capitalismo».
Ci
sono esperienze che lei trova molto interessanti, in Europa?
«Sì:
quelle di chi si mette sul terreno del nuovo, senza rapporti con la storia del
Novecento: Siryza e Podemos sono esperienze estranee alla storia del movimento
operaio».
Podemos
non è di sinistra?
«Non
la definisco una formazione di sinistra. Vale quello che dice il suo leader
Pablo Iglesias: “Io sono gramsciano, di sinistra. Il mio partito no”».
Cosa
vede di nuovo in Europa?
«Sono
vive solo le formazioni politiche che interpretano il conflitto fra l’alto e il
basso».
I
populismi?
«I
cosiddetti populismi nascono dalla contesa tra alto e basso, poveri e ricchi.
Ci sono anche quelli di tipo trasversale, come Grillo. Ma sia a destra che a
sinistra il nodo è questo. Podemos e Syriza sono un esempio clamoroso di popolo
contro le élite».
Lei
considera élite, indistintamente, sia la Merkel che Hollande?
«Sì.
Le élite di sinistra sono più inclusive di quelle liberiste, ma entrambe
individuano la critica al mercato come una critica alla modernità».
Da
qui il suo avvicinamento alle correnti critiche che nascono all’interno della
Chiesa?
«“Laudato
sii” è una lettura preziosa per capire questo tempo, riconoscendo al Pontefice
la sua autonomia dalla politica e il suo carisma».
Qual
è il discrimine, per lei, se non è più quello tra destra e sinistra
tradizionale?
«Semplice:
tra chi è per l’inclusione e per l’eguaglianza e chi invece è per l’esclusione
e per la disuguaglianza».
In
questo campo lei mette tutte le sinistre socialdemocratiche?
«In
Europa si è strutturato un soggetto nuovo e sovranazionale che ha come
obiettivo la conservazione degli attuali rapporti di forza, l’idea di far
pagare la crisi ai più poveri».
Chi
fa parte di questo soggetto?
«Un
soggetto che chiamo, molto semplicemente, governo. Non importano le facce, i
leader: quelle passano. Il governo resta e persegue i suoi obiettivi di
stabilizzazione del sistema».
E
come fa?
«Questi
tempi hanno partorito una filosofia politica - la “governamentabilità” - e una
pratica politica, la “governabilità”. Parliamo dell’Italia e delle politiche
economiche: non vedo sostanziali differenze tra Monti, Letta e Renzi».
Se
fosse così votare sarebbe inutile!
«E
infatti si inventano parole complesse per definire un fenomeno semplice. Si
parla di “democrazia funzionale” o “democrazia autoritaria”. Ma l’essenza è che
non c’è più democrazia, possibilità di cambiare direzione alle politiche dei
governi per effetto della volontà popolare».
Mi
faccia un esempio.
«Io
le ho parlato di élite, ma potremmo dire: oligarchie. Prenda Renzi, Monti,
Valls, Hollande e Merkel, le istituzioni europee, il fondo monetario. Fanno
tutti, in modo diverso, una cosa sola: austerità».
Cos’è?
Bilderberg? La Spectre?
«Nulla
di misterioso, complottistico o segreto: è sotto gli occhi dei cittadini.
Questi leader fanno parte di un sovragoverno: banche centrali, esecutivi,
istituzioni internazionali».
Ma
sono paesi diversissimi fra di loro, spesso in conflitto!
«Oggi
Le Monde parla del ministro del tesoro francese che ha come idea cardine il
superamento della differenza tra gauche e droite. Non lo sentiamo in Italia da
dieci anni?».
Anche
in altri paesi.
«La
Merkel infatti c’è riuscita a tal punto che governa con i socialdemocratici che
per molti versi sono alla sua destra».
Addirittura.
«Sulla
vicenda greca è stato così. Nella sostanza il governo dell’Europa è questo:
Verdini e il Partito della Nazione sono variabili nazionali pittoresche e quasi
trascurabili».
Facciamo
un altro esempio.
«In
Francia i socialisti godono di un monocolore in parlamento e non hanno bisogno
nemmeno di escamotage come Ncd o Ala».
Già.
«Ma
dopo tre anni precipitano dal 49% al 12% e Hollande non arriva al ballottaggio.
Quello che determina il corso della politica è la governabilità. Se si
sostituisce Hollande si cerca di fare in modo che nulla cambi negli equilibri e
nelle politiche».
Facciamo
un altro esempio.
«Nessuno
ha dissentito quando si è trattato di strangolare il governo greco. I presunti
leader di sinistra, se possibile, sono stati i più subalterni e feroci. Oggi,
che si prepara un nuovo giro di vite, nessuno protesta.
Perché?
«Semplice:
perché l’austerità mina il consenso, lo divora. Annichilisce i sorrisi e
l’ottimismo dei premier. Dopo un anno o due sono già da buttare, e si prepara
una nuova operazione di camuffamento».
Così
è sicuro che la governabilità tenga?
«Per
nulla. Infatti si procede verso una progressiva riforma delle istituzioni, una
democrazia neo autoritaria».
Riesce?
«L’altro
escamotage è questo: determinare e accentuare un conflitto politico con forze
che non possono governare. Così connotate in senso radicale che nel momento
della sfida per il governo è impossibile che vincano».
Esempio?
«In
Italia è facile, Grillo. Ma anche Farage in Gran Bretagna».
Lei
non cita la Le Pen
«È
un fenomeno di populismo più complesso, più strutturato, viene da una
tradizione politica solida».
È
uno scenario apocalittico.
«Il
flusso della governabilità è stabile, ma le società sono impoverite ed
instabili: i banchieri centrali tengono le redini perché sono i sacerdoti di
questa economia perdente, ma ancora capace di incantare i credenti».
La
governabilità, come la chiama lei, non si può battere?
«Non
lo penso. Ma dopo sette anni di crisi, non è accaduto. La nuova Conventio ad
escludendum, come accadeva per il Pci degli anni Settanta, dice che non può
esserci un governo diverso. Se cade questo ce n’è sempre un altro, e magari un
presidente che nel momento di crisi non fa votare».
Lei
pensa che ci sia un leader in cui questa politica si identifica?
«Il
vecchio Marx diceva: se guardi il singolo capitalista, non capisci il capitalismo.
Guarda l’intero fenomeno, in modo scientifico, e lo vedrai».
Noto
quasi ammirazione in lei.
«Non
ammirazione, ma osservo: nessun altro sistema di consenso avrebbe retto ad un
crollo così drastico di ricchezza. Ad una sottrazione di risorse così ampia per
i popoli».
C’è
ancora speranza di cambiare.
«Ricordo
una storica citazione di uno dei miei maestri, Riccardo Lombardi: “Guardate
l’indice di disoccupazione. Se finisce sopra il 10% la democrazia è a
rischio”».
Bella,
ma siamo oltre il 10%.
«Nella
prima repubblica era così. Ma la profezia di Lombardi si è avverata. Infatti le
regole di gioco sono cambiate».
Quali?
«Quelle
fondamentali. La democrazia l’hanno già uccisa. Ne discutiamo come se esistesse
ancora».
Cosa
cambia?
«Nel
tempo della governabilità la coppia giusto-sbagliato viene sostituita da
funzionale-non funzionale».
Cosa
conta ora?
«Se
le regole danno noia ai manovratori cambia le regole. Non a caso il dibattito
ci dice che serve un ministro delle Finanze unico, un ministro della Difesa
unico, un governo dei governi unico. C’è chi teorizza di non votare per periodi
di emergenza economica. Il sistema attuale è irriformabile».
Questo
è nichilismo cosmico!
«La
speranza di riforma può arrivare solo da fuori dal recinto. Solo dai barbari
oggi esclusi!».
Ha
simpatia per i barbari, ora?
«Oh,
certo. Machiavelli considerava Roma superiore alle altre civiltà perché
ammetteva la rivolta e si rigenerava attraverso di essa. La rivolta
reintroduceva nel sistema le forze escluse».
Dove
le vede queste possibili rivolte?
«Nelle
forme inedite dei movimenti sociali. Lei sorride: ma gli Indignandos spagnoli
hanno partorito Podemos e Occupy Wall street: Bernie Sanders».
Ma
non sono forme vincenti.
«Per
ora. Oggi studio le esperienze di auto-produzioni, di mutuo soccorso. Quello
che chiamo il sottobosco».
Facciamo
un altro esempio.
«Leggo
su Repubblica che i vaucher aiutano il sommerso. Il vaucher è lo strumento di
un nuovo caporalato. Di nuovo le regole stravolte: la legge legalizza
l’illegalità. In Francia la nuova legge sul lavoro è una fotocopia del Jobs
act».
Sa
già da dove arriveranno i barbari?
«La
nuova sinistra non nascerà da una costola della vecchia: finché vive il
movimento operaio il nuovo nasce sempre per “spirito di scissione”. Ovvero:
tornare alle ragioni originarie per sanare un tradimento».
E
oggi?
«Non
c'è più nulla da cui scindersi. Tu sei un’altra storia, non hai più una casa
dove tornare».
Bertinotti,
lei cosa vota?
«Riconosco
che risponderò con un trucco: “Sono un militante comunista. Non ho nulla da
dichiarare”».
Non
vota più?
«Voto
per scegliere il meno peggio. Per governare la città. Ma non credo che la
rinascita della sinistra passi per una campagna elettorale».
intervista
di Luca Telese
Quotidiano “LIBERO”
del 27 aprile ’16

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