Questa inchiesta del giornale “IL FATTO QUOTIDIANO” ci fa capire ,
in parte , cosa c’è dietro il traffico degli esseri umani. Quello che non
capisco, lo dico da tempo, è il silenzio che si cela dietro il non interventismo
dell’ONU, Organizzazione della Nazioni Unite, il cui scopo principale è quello
di risolvere problemi umanitari. Perché si permette questo traffico degno del
periodo dello schiavismo e della tratta degli esseri umani, oltre che di
migliaia di morti nel Mar Mediterraneo ? Perché non si crea , con l’egida
dell’ONU un centro di identificazione direttamente in Libia , da dove partono
questi poveri disgraziati ? Il Segretario dell’ONU, Ban Ki-moon (Sud
Coreano), dovrebbe essere denunciato al
Tribunale dell’AIA per violazione dei diritti dell’uomo e strage umanitaria.
Sebastiano Campo
Traffico di migranti, così Egitto e Libia salvano i
boss delle stragi. L’Isis ringrazia
Inchiesta di ilfattoquotidiano.it
sui grandi trafficanti responsabili di sbarchi e naufragi. Fuad Abu Hamada è
l'organizzatore di una traversata finita con 400 morti, ma il Cairo non
risponde alla richiesta di arresto. Inafferrabile anche l'etiope Ermias
Ghermay, ricercato dalla procura di Palermo per i 366 affogati a Lampedusa nel
2013. E così via. Senza collaborazione intenazionale, gli sforzi investigativi
del Gruppo contrasto all'immigrazione clandestina di Siracusa e di diverse
procure non riscono andare al di là dell'arresto degli scafisti. Ma intanto
emergono collegamenti fra trafficanti e jihadisti
di Lorenzo Galeazzi e
Mario Portanova | 4 dicembre 2015 IL
FATTO QUOTIDIANO
Fuad Abu Hamada è accusato di essere l’organizzatore di
una traversata in cui sono morti circa quattrocento migranti, per metà donne e
bambini. Non una disgrazia – se così si possono chiamare le tragedie del mare
provocate da carrette scassate e sovraccariche – ma l’atto deliberato di uno
dei trafficanti, che ha speronato l’imbarcazione condotta da un “collega”, dopo
il rifiuto di quest’ultimo di trasbordare il carico umano su un natante ancora
meno sicuro.
Il 18 settembre 2014, nove giorni dopo il naufragio, la
Procura della repubblica di Catania ha inoltrato alla Repubblica Araba d’Egitto
un ordine di custodia cautelare per Fuad, accusandolo di associazione a
delinquere e procurato ingresso illecito. Non di strage, perché i pm non hanno
potuto appurare se fosse consapevole dello speronamento. L’Egitto ha restituito
l’identificazione del boss: “Nato ad Aleppo (Siria) in data 1.7.1964”. Poi più
nulla. Così finiscono molte indagini contro le organizzazioni criminali che stanno
dietro l’eterna emergenza sbarchi. Si arrestano gli scafisti, ma i capi
riescono quasi sempre a cavarsela. E a continuare un business che mostra
diversi punti di contatto con le attività dell‘Isis.
La ricostruzione della strage nella traversata
organizzata da Fuad
Il procuratore generale di Roma Giovanni Salvi ha parlato
recentemente di un “pizzo” imposto dai jihadisti sulle rotte di terra
nordafricane utilizzate dai trafficanti. Rotte che, secondo diversi analisti, i
miliziani nigeriani di Boko Haram percorrono per combattere di fianco all’Isis
in Libia. Una scheda telefonica di Abdel Majid Touil, il giovane marocchino
arrivato in Italia su un barcone e ingiustamente accusato della strage del
Bardo in Tunisia, è finita in mano ai suoi scafisti e – come ha documentato
Paolo Biondani sull’Espresso – è stata poi utilizzata nell’organizzazione
dell’assalto al museo. Bassam Ayachi, l’imam indicato come indottrinatore di
alcuni dei terroristi del tragico 13 novembre parigino, era stato arrestato a
Bari nel 2008 per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il legame tra
sbarchi e arrivo di terroristi è buono più per la propaganda politica che per
altro, ma una maggiore sintonia internazionale sul fronte dei trafficanti
potrebbe fornire anche informazioni ultili per la lotta ai fanatici del Jihad.
“Da parte dell’Egitto c’è una totale mancanza di
collaborazione”, spiega a ilfattoquotidiano.it il pm della Direzione
distrettuale antimafia di Catania Rocco Liguori, impegnato anche nelle indagini
su Fouad Abu Hamada. E questo nonostante il Paese sia firmatario della
Convenzione Onu contro la criminalità organizzata transnazionale siglata a
Palermo nel 2000, nonché del protocollo addizionale specifico sul traffico di
migranti. Dal Cairo, però, nessuno è mai stato estradato. E quando di mezzo c’è
la Libia, altro nido di trafficanti, peggio che peggio. Nel caos del Paese che
fu di Gheddafi “c’è una totale mancanza di referenti istituzionali”. Tra
Catania, Siracusa e Ragusa nel 2014 sono sbarcati 79mila migranti, quasi la
metà del totale nazionale, pari a 165mila. Gli sbarchi- dicono i dati della Dda
di Catania – sono stati 263, con 61 fermi di scafisti. Dal 2011 il Tribunale ne
ha rinviati a giudizio 191, e le condanne in primo grado sono state 110.
FUAD ABU HAMADA E LA MAFIA DEGLI SBARCHI
Eppure di Fuad Abu Hamada sappiamo quasi tutto, grazie
alle testimonianze di diversi superstiti soccorsi in mare e sbarcati a Pozzallo
(Siracusa). Il nome, il volto riconosciuto da una foto di Facebook, due numeri
di cellulare e soprattutto l’indirizzo esatto dell’ufficio da cui dirige il
traffico di esseri umani da Alessandria d’Egitto, quartiere Miami, di fianco al
palazzo di 12 piani dove molti dei migranti – in prevalenza siriani e
palestinesi – hanno sostato prima della partenza per l’Italia, avvenuta dalla
spiaggia di Wad el Gamer la notte tra il 6 e il 7 settembre 2014. Costo:
duemila dollari. Fouad aveva rassicurato i suoi “passeggeri” sul fatto che a un
certo punto “qualcuno avrebbe telefonato alle autorità italiane per richiedere
il soccorso in mare e ciò ci avrebbe consentito di raggiungere l’Italia a mezzo
delle unità di soccorso”.
In assenza di collaborazione delle autorità locali, sui
padrini del traffico ci restano solo le informazioni fornite dagli scampati.
“Corporatura robusta, leggeri baffi, carnagione chiara, capelli che danno sul
biondo”, hanno raccontato di Fuad. Oltre che in Egitto, la sua organizzazione
opera in Siria e in Palestina. Ai pm di Catania è descritto come un boss
mafioso: “Il rispetto nei suoi confronti è assoluto, anche dagli abitanti di
Alessandria”. In città “gode di elevata notorietà soprattutto per la forza
intimidatrice e di assoggettamento che riesce ad esercitare con i suoi adepti
durante la commissione dei delitti relativi al favoreggiamento all’immigrazione
clandestina verso l’Italia”. Una notorietà che alle autorità egiziane non
dovrebbe essere sfuggita.
Inchiesta: con le autorità italiane a caccia di
trafficanti
“Tra Libia ed Egitto ci sono diverse organizzazioni
criminali specializzate nel traffico di migranti”, spiega il pm Liguori. “Hanno
capi riconosciuti, uomini armati, mezzi terrestri e marittimi, alloggi e
fattorie”. Fouad non è l’unico presunto “padrino” che l’Egitto non punisce né
consegna. Dal 18 settembre 2014 la procura di Catania aspetta notizie su Hanafi
Ahmed Mohamed Farrag, “nato in Egitto il 29.7.1982, residente a Borg Meghezel,
Metobes, governatorato di Kafr El Sheik”. La Procura di Catania lo considera un
pezzo grosso del traffico di essere umani e lo accusa dell’arrivo di 360
immigrati per lo più egiziani e siriani, in tre viaggi tra luglio e ottobre del
2013. Ha un nome, ma è ancora libero, anche il presunto responsabile del
naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013: 366 vittime, un punto di svolta
nella consapevolezza dell’opinione pubblica sulle tragedie del mare. E’
l’etiope Ermias Ghermay, che opera in patria, in Eritrea, in Sudan e in Libia.
E’ latitante dal 12 febbraio 2015. La Direzione distrettuale antimafia di
Palermo contesta alla sua organizzazione lo sbarco clandestino sulle coste
siciliane di almeno 5.377 migranti, tra il maggio 2014 e il febbraio 2015.
Ciascuno di loro ha sborsato a Ghermay tra i 1.500 e i 2mila dollari Usa.
JAMAL SAOUDI: 400 MORTI E I "SERVIZI"
AL CARA DI MINEO
Un altro signore delle stragi, secondo la Procura di
Catania, è un eritreo conosciuto come Jamal Saoudi, che opera in Libia, con
base in una fattoria di Zuwara, cittadina costiera a ovest di Tripoli.
Nell’estate del 2014, ricostruiscono gli investigatori, almeno due viaggi
organizzati da lui finiscono in tragedia: il 28 giugno scompare per sempre un
barcone con 244 persone a bordo, per lo più eritrei. Il 30 luglio, un centinaio
di chilometri a est di Tripoli, ad andare a picco è un natante carico di 150 persone,
provenienti dall’Africa sub-sahariana. La “merce” – così Saoudi chiama i
migranti nelle telefonate intercettate – non arriva a destinazione. Del primo
naufragio si viene a sapere perché l’allarme per parenti e amici attesi e mai
arrivati filtra dalla comunità eritrea di Milano, storicamente numerosa e
organizzata. Ne scrive su Avvenire il giornalista Paolo Lambruschi, che dopo la
pubblicazione dell’articolo riceve una telefonata dallo stesso Saoudi. “Gridava
in arabo, in modo concitato. Ha minacciato me e gli attivisti eritrei che lo
avevano tirato in ballo”, racconta Lambruschi a ilfattoquotidiano.it.
La ferocia degli scafisti: il caleidoscopio
dell’orrore
Souadi risulta a capo di una grossa organizzazione che
raccoglie migranti dal Sudan all’Eritrea, li convoglia in una grande fattoria
di Zuwara e lì organizza gli imbarchi per la Sicilia. Il viaggio via terra è
fatto di fatica, violenze, sequestri di persona. Quello via mare è una roulette
russa. A ogni tratta corrisponde una tariffa che il boss s’incarica di
incassare personalmente. Anche attraverso la hawala, un circuito “bancario”
clandestino diffuso in Africa. Se no vanno bene anche Western Union, Moneygram
o, in Italia, Postepay. Ogni singolo migrante frutta migliaia di dollari.
I “servizi” offerti da Jamal Saoudi toccano il Cara di
Mineo, centro di prima accoglienza attorno al quale si concentrano gli appetiti
più disparati, dal giro di Mafia Capitale a politici e amministratori politici
siciliani – indagato, fra gli altri, il sottosegretario di governo Giuseppe
Castiglione – fino appunto ai trafficanti di carne umana. Grazie a opportuni
scambi di badge, attraverso i suoi uomini Saoudi “smistava i migranti a suo
piacimento e ne organizzava i successivi spostamenti” verso Roma e Milano,
scrivono i pm catanesi nelle carte dell’operazione Tokhla.
CACCIATORI DI SCAFISTI: LA
"SQUADRETTA" DI SIRACUSA
L’avamposto della lotta a scafisti e trafficanti è un
piccolo ufficio con quattro scrivanie al quinto piano della Procura della
Repubblica di Siracusa. E’ la sede del Gicic, il Gruppo interforze di contrasto
all’immigrazione clandestina, creato nel 2006 e coordinato dal sostituto
procuratore Antonio Nicastro.
La squadretta guidata dal sostituto commissario di
polizia Carlo Parini è composta da uomini della Guardia costiera, dell’Agenzia
delle Dogane e da un paio di interpreti-mediatori culturali inquadrati come
ausiliari di polizia giudiziaria. Le pareti sono zeppe di faldoni. In cima agli
scaffali, decine di scatole per fogli da stampante custodiscono i miseri
reperti di sbarchi e naufragi. La scrivania di Parini sembra una trincea della
Grande guerra, con una montagna di fascicoli al posto dei sacchi sabbia. Di
fianco è appesa la fotocopia dell’articolo 7 del decreto sull’immigrazione
clandestina: “Nell’assolvimento del compito assegnato l’azione di contrasto è
sempre improntata alla salvaguardia della vita umana ed al rispetto della
dignità della persona”.
Nella perenne emergenza non ci sono turni che tengano.
Nel picco di quest’estate, dovuto soprattutto alla crisi siriana, “in una solo
giornata c’erano fino a venti gommoni in mare”, racconta Tonio Panzanaro,
secondo capo scelto della Guardia costiera in forza al Gicic.
“Grazie alle rotte individuiamo le reti
criminali”
Gli uomini di Parini sono i primi ad accorrere a ogni
sbarco in quel tratto di costa, anche se l’avamposto della lotta ai trafficanti
non è dotato neppure di un’auto di servizio. Poco conta che sia notte, mattina
presto e o che si tratti di salire all’improvviso su una motovedetta per raggiungere
i barconi intercettati in mare aperto. Gli agenti approcciano i migranti,
cercano di individuare subito gli scafisti e, quando possibile, di tirare le
fila fino ai vertici del traffico. La prima domanda è se qualcuno abbia subito
violenze o sia stato ucciso durante la traversata, in modo da poter contestare
i relativi reati.
Come si riconosce al volo uno scafista nel caos dei
soccorsi? Lo spiega Abdelaziz Mouddih, per tutti Aziz, marocchino in Italia
ormai da una quarantina d’anni, uno degli ausiliari della squadretta, di
mestiere kebabbaro a Ortigia, il suggestivo centro storico di Siracusa.
Parla Aziz, il kebabbaro “acchiappa-scafisti”
“Lo scafista di solito ha i vestiti asciutti e il
pacchetto di sigarette pieno”, dice con l’aria di chi ne ha viste tante.
Comunque di solito sono i “passeggeri” a prendersi la rivincita contro i loro
aguzzini, specie dopo le traversate più infernali. “Vedo quello che mi dicono
con la bocca”, affabula Aziz.
Aziz il kebabbaro è un Google umano degli scafisti.
Appena sale su un barcone scruta la scena alla ricerca di facce note, magari
gente “che abbiamo già arrestato”, dice senza celare un’evidente vocazione
sbirresca. Perché uno scafista preso la prima volta se la può cavare
patteggiando tre o quattro mesi di carcere e poi tornare al suo mestiere, ma
con la recidiva le cose si mettono peggio. E la pena può toccare i sette anni.
LA STRAGE DEGLI STUDENTI E LA TONNARA DEI
SEPOLTI VIVI
Sono scene dell’orrore quelle che spesso si parano
davanti agli uomini del Gcic. Carlo Parini è un omone, un cinquantenne
siciliano alto, robusto e schietto. Ma a volte è troppo anche per lui. “Nella
primavera del 2005 ci furono diversi sbarchi di cinesi provenienti da Malta.
Gli scafisti erano soliti buttarli in mare a circa un miglio dalla costa, ma
l’acqua in quella stagione era ancora fredda e molti non ce la facevano. La
notte del 24 marzo, sulla costa intorno a Pozzallo, recuperammo nove cadaveri.
Qualcuno era riuscito ad arrivare a terra fino alla strada, ma non era
sopravvissuto. Erano ragazzi e ragazze giovani. Scoprimmo poi un giro di visti
scolastici falsi fra Pechino e Malta, messi in vendita a 10mila euro l’uno, che
permettevano la circolazione nell’area Schengen. Riuscimmo almeno a dare un
nome a tutti quei cadaveri, e le nostre indagini, in collaborazione con le
autorità di La Valletta, portarono all’arresto dei tre fratelli fratelli
maltesi organizzatori del traffico”.
La mattanza dei cinesi coi visti falsi
Poi ci fu quella volta, nel 2011, dei sepolti vivi nella
tonnara abbandonata di Santa Panagia, vicino a Siracusa. Ventidue giovani
egiziani da una settimana erano reclusi in un tugurio sotterraneo perché i
trafficanti cercavano di estorcere altri soldi ai familiari. Uno degli
scafisti, fermato all’epoca, incontrerà di nuovo Aziz e Parini su una nave
intercettata dalla Marina militare a ottobre di quest’anno, in un’operazione
conclusa con 21 arresti. Finirà di nuovo in carcere, nonostante il goffo
tentativo di inscenare un “carramba che sorpresa” con tanto di baci e abbracci
agli “amici” ritrovati.
Il sequestro degli egiziani nella tonnara di
Santa Palagia
Il commissario Parini apre da Internet una mappa della
costa libica e snocciola i porti di partenza: Zuwara, Tobruk, Bengasi… Anche in
Egitto, aggiunge, “conosciamo tutti i luoghi d’imbarco, e chi opera, nel delta
del Nilo. Ormai ci basta vedere il colore del barcone per capire da dove
proviene”. Ma il muro di gomma di Egitto e Libia non lascia andare oltre. Poi
ci si mettono pure le leggi italiane. Parini, un po’ di anni fa, riuscì a
incastrare un grosso trafficante. Che del boss aveva tutto, tranne il physique
du rôle. Giovane, bella, “con rotoli di banconote nascosti sotto i vestiti
colorati”, scrive di lei Cristina Giudici in Mare Monstrum (Utet 2015), un
libro che racconta gli uomini e le storie del Gicic. Lei è Madame Gennet, vero
nome Ganet Tewide Bahare, eritrea. Nel 2003, Parini si trovò a occuparsi di un
gommone carico di cadaveri alla derive vicino a Lampedusa. Arrivavano dalla
solita Zuwara, erano tutti morti di stenti tranne una donna che fu salvata per
miracolo. Indicò Madame Gennet come numero uno dell’organizzazione. Quel nome
ritornava in altri sbarchi. La ‘madame’ fu arrestata a Tripoli e – Gheddafi era
ancora saldo in sella – consegnata all’Italia. Finì in carcere a Civitavecchia,
ma ne uscì dopo tre anni appena. Grazie all’indulto.
IL CORRIDOIO UMANITARIO C'E' GIA'. MA A META'
Porto commerciale di Augusta (Siracusa), mattina del 22
ottobre 2015. Attracca la nave Dattilo della Guardia costiera, con una
gigantesca scritta rossa sulla fiancata, “Rescue zone”, zona di soccorso. A
bordo, una novantina di profughi eritrei e somali soccorsi in mare. Molti
giovani, molte ragazze con vestiti colorati. L’arrivo dei migranti è l’unica
attività che movimenta lo scalo nell’arco di tutta la giornata, salvo un
singolo camion che preleva un singolo container dalla banchina spazzata dal
vento. Il molo, però è affollato. Spiccano le pettorine di una pletora di
organizzazioni umanitarie: Unhcr, Croce rossa, Save The Children, Emergency… Ci
sono anche gli osservatori di una ong belga, in missione per verificare il
trattamento riservato ai migranti. Non manca la Protezione civile e il tutto è
sorvegliato, oltre che dalla locale questura, da un contingente del Battaglione
mobile dei carabinieri, arrivato da Milano perché tutti i “celerini” locali
risultano impegnati altrove, per lo più sul fronte migranti.
Lo sbarco ad Augusta del del 22 ottobre 2015
Eppure è uno “sbarco” come tanti, routine neppure
registrata dalle cronache. Nessun naufragio, per fortuna, né violenze durante
la traversata. Non c’è dramma, non c’è pathos. La prima cosa che chi scende a
terra deve declinare non sono le generalità ma il numero di scarpe, perché
ciascuno riceve un paio di zoccoli in gomma tipo crocs. I migranti vengono
messi in fila per tre sulla banchina e fatti accovacciare per qualche minuto.
Nessuno grida, nessuno parla. L’espressione dei loro volti non è poi tanto
diversa da quella di qualunque viaggiatore alle prese con noiose formalità
doganali. Poi il gruppo scompare oltre le transenne di un piccolo campo tendato
allestito al porto per identificazione, controlli medici e smistamento nei
centri di accoglienza. In tutta la procedura, il contatto con la popolazione
locale è pari a zero.
Gli sbarchi veri, ormai, in Italia sono rari. I
trafficanti sanno che i barconi saranno intercettati ben prima delle missioni
di pattugliamento. E che qualcuno si incaricherà di coprire l’ultima tratta del
viaggio. Tant’è, spiega il commissario Parini, che ormai le mafie delle
traversate non hanno neppure più bisogno di una rete di complici in Italia-
emersa invece in diverse indagini passate – per gestire l’arrivo dei migranti e
il loro smistamento nel nostro Paese o in Nord Europa. A questo pensano le
autorità italiane.
Mezzo corridoio umanitario di fatto c’è già. Forse
andrebbe presa in considerazione l’idea di aprire l’altra metà, venendo
incontro alla richiesta di molte organizzazioni umanitarie. Invece di lasciarla
agli inafferrabili boss delle stragi.