DIFENDI LE TUE IDEE

DIFENDI LE TUE IDEE

giovedì 31 dicembre 2015

AUGURI

 
DAL MOVIMENTO DEI CITTADINI ITALIANI

mercoledì 30 dicembre 2015

AUMENTI DEI PM 10 CON BLOCCO DEL TRAFFICO

Oggi si scopre che nonostante il blocco del traffico a Milano i PM 10 sono aumentati, è la risposta a chi demonizza in maniera strumentale la circolazione delle vetture. E’ chiaro che quando si abbassa la temperatura e si fa uso dei riscaldamenti domestici i PM 10 aumentano, quindi qualsiasi provvedimento che si mette in atto per diminuire la circolazione è inutile ,  nemmeno si può pretendere di far patire il freddo alla cittadinanza. L’unica speranza è che il clima ci dia una mano oppure trovare delle risorse alternative per far funzionare i riscaldamenti.


Sebastiano Campo



Smog, a Milano e Roma Pm10 oltre limiti dopo due giorni di blocco del traffico e targhe alterneù

Governatore Maroni attacca Pisapia: "Provvedimento inutile". Incontro al ministero dell'Ambiente tra Galletti e amministratori
di F. Q. | 30 dicembre 2015

Nonostante il blocco del traffico, a Milano la concentrazione di Pm10 continua a salire. Per il secondo giorno di seguito il livello di polveri sottili nell’aria ha sforato la soglia limite dei il 50 microgrammi per metro cubo. A dirlo sono le analisi dell’Arpa che ha raccolto i dati delle centraline piazzate in vari punti della città relativi al 29 dicembre. Quella di Milano Pascal ha segnato un livello di 81 microgrammi per metro cubo, contro i 67 del giorno precedente. Quella di Milano Senato, in centro, è salita da 66 a 83, mentre Milano Verziere è passata da 60 a 75.

Stesso copione a Roma, nonostante ieri fosse il secondo giorno di targhe alterne. Anche qui i valori di Pm10 nell’aria erano “fuorilegge”. E’ quanto si legge nel bollettino giornaliero fornito dall’Arpa Lazio. Il limite giornaliero delle polveri sottili è stato superato ieri in 10 centraline su 13.
I dati che arrivano da Milano spingono Roberto Maroni ad attaccare il sindaco Giuliano Pisapia: “Come avevamo previsto, il blocco delle auto deciso da Pisapia è stato inutile e addirittura dannoso”, scrive il governatore lombardo su Twitter, postando la prima pagina di Libero con questo titolo: ‘Fermano le auto, sale lo smog’. Stamani Maroni e altri amministratori locali incontreranno a Roma il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti per discutere dell’emergenza inquinamento.

Secondo il ministro, lo smog che sta interessando diverse città è provocato soprattutto da una situazione climatica anomala. Mancano i venti e le piogge, queste ultime da quasi due mesi, capaci di spazzare via lo smog e rendere l’aria più pulita. Benché le previsioni meteo preannuncino un cambiamento climatico già dal primo giorno del nuovo anno.

lunedì 14 dicembre 2015

La grande vittoria del FN Francese

Il Partito di Marine Le Pen passa dai 6 milioni di voti delle scorse Regionali  ai 6,7 milioni di questa tornata elettorale, nonostante il sensibile calo degli elettori ( è andato alle urne solo il 58,5% degli aventi diritto ). E’ pur vero che non ha conquistato Regioni, grazie al patto di non belligeranza fra Sarközy  e Hollande, ma ha ricevuto un consenso talmente ampio da far diventare il Front National il primo Partito di Francia; questo perché ha saputo mantenere ben saldi i suoi propositi programmatici. Purtroppo nel nostro Paese nessuna forza politica ha il coraggio di Marine, hanno tutti paura di perdere il potere in qualche Regione o Comune della nostra Penisola, abbiamo politici senza spina dorsale e un elettorato abituato a ragionare in termini di potere per ottenere possibili favori……

Sebastiano Campo



Elezioni Francia, risultati: estrema destra non supera il ballottaggio. Ma è record Front National: voti ancora in aumento

Il partito di Marine Le Pen ottiene 6,7 milioni di preferenze (al primo turno erano 6 milioni) e triplica il numero di consiglieri regionali. Ma non basta per conquistare nemmeno una regione. Il centrodestra di Sarkozy sotto le aspettative, debole riscatto dei socialisti di Hollande
di Leonardo Martinelli | 14 dicembre 2015 IL FATTO QUOTIDIANO

Zero regioni al Front national, che però conquista un numero record di voti: 6,7 milioni. Sette regioni (su tredici) alla destra di Nicolas Sarkozy, che però esce estremamente indebolito da queste consultazioni regionali. Cinque regioni, infine, ai candidati socialisti (in Corsica hanno vinto i nazionalisti), un risultato insperato fino a poche settimane fa, ma che non annulla l’impopolarità di François Hollande e della politica della sinistra. Come capita spesso, per interpretare i risultati di un’elezione, bisogna andare al di là delle apparenze.

Cosa dicono i numeri – Il tasso di partecipazione è stato relativamente alto, il 58,5%, contro il 49% del primo turno. L’appello dei partiti tradizionali ad andare a votare per fare sbarramento contro l’estrema destra ha funzionato. Nelle due regioni dove il Fn aveva più chances di imporsi, il Nord (Nord-Pas-de-Calais e Picardia) e il Sud-Est (Provenza-Alpi-Costa Azzurra), è stato proprio il ritiro dei candidati socialisti (arrivati in terza posizione al primo turno) e la concentrazione dei voti di destra e sinistra su un solo candidato in funzione anti-Fn a sancire la disfatta del partito di estrema destra. Nel Nord era rappresentato da Marine Le Pen, candidata alla presidenza, e nel Sud-Est da Marion Maréchal-Le Pen.
Triplicati i consiglieri regionali del Fn – Questi sono passati da 118 dopo le elezioni del 2010 ai 358 attuali, che è un balzo in avanti incredibile. Quanto al numero di voti in termini assoluti, il Front national ne ha accumulati 6,7 milioni contro i sei milioni del primo turno, una settimana prima, superando inoltre il precedente record stabilito dal partito, al primo turno delle presidenziali del 2012, quando aveva toccato quota 6,42 milioni. “La mutua desistenza ha rivelato i legami finora occulti tra le forze che detengono il potere in Francia”, ha dichiarato Marine Le Pen, facendo riferimento al “fronte repubblicano”, l’alleanza di tutti contro il Fn, scattata in diverse regioni. “Sono la menzogna e la calunnia che hanno vinto a questo secondo turno”, ha sottolineato Steeve Briois, sindaco di Hénin-Beaumont, cittadina del Nord, amministrata dal partito di estrema destra, per loro una sorta di laboratorio.

Una vittoria solo apparente per Sarkozy – Con sette regioni su tredici alla destra (compresa quella più importante, la regione di Parigi, dove si è imposta Valérie Pécresse, candidata del suo partito, i Repubblicani), queste regionali potrebbero sancire una vittoria per Nicolas Sarkozy. Ma, in realtà, fino a poche settimane fa il partito della destra “classica” era sicuro di imporsi addirittura in dieci regioni, confidando nell’impopolarità di Hollande. E poi i Repubblicani escono con forti divisioni interne da questo secondo turno. Subito dopo il primo, Sarkozy aveva rifiutato qualsiasi tipo d’intesa con i socialisti: “Né fronte repubblicano, né Front national”, aveva detto, scatenando l’ostilità di vari rappresentanti dei Repubblicani. Dopo i risultati del secondo turno, Nathalie Kosciusko-Morizet, esponente di spicco del suo partito, ha dichiarato: “Sono molto contenta che gli elettori non abbiano applicato il principio del né fronte repubblicano, né Front national”. Alla faccia del suo “capo”…

I socialisti meglio del previsto – L’amministrazione di cinque regioni era un risultato insperato fino a poche settimane fa. Il partito conserva la gestione della Bretagna e dell’Aquitania, quella dorsale oceanica all’Ovest, che è anche la parte della Francia che più fa resistenza al Front national. Ma le sue vittorie nelle regioni sono state in parte strappate in funzione anti-Fn, con gli elettori che si sono concentrati su un candidato solo per le possibilità che aveva di imporsi contro il partito della Le Pen. “E’ una vittoria senza gioia”, ha commentato Jean-Cristophe Cambadélis, segretario generale del Ps, chiedendo anche “una virata a sinistra” da parte del governo di Manuel Valls. Ma, in realtà, in questa fase post attentati, non è la priorità di Hollande e compagnia. L’impressione è che, almeno in misura indiretta, il Front national resterà la bussola della vita politica francese. Che inevitabilmente scivola sempre più a destra.

giovedì 10 dicembre 2015

PROCEDURA D'INFRAZIONE UE CONTRO IL GOVERNO ITALIANO

Della serie ” becchi e bastonati” , grazie al cazzaro di Rignano e al suo amico Alfano, l’Italia è stata deferita alla Corte di Giustizia Europea per disastro migranti . Qualcuno potrebbe obiettare “ beh ! è il Governo Renzi che si deve presentare alla Corte di Giustizia e argomentare la situazione “, a questi signori faccio presente che ogni infrazione, in Europa, viene sanzionata in maniera pecuniaria, chi paga è sempre Pantalone, Noi cittadini !

Sebastiano Campo



PROCEDURA D'INFRAZIONE UE CONTRO IL GOVERNO RENZI: SARA' DEFERITO ALLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA PER DISASTRO MIGRANTI
mercoledì 9 dicembre 2015

BRUXELLES - Era una minaccia, ora sembra diventata realta': la Commissione europea pronta a rivolgere all'Italia una procedura d'infrazione per non avere raccolto le impronte dei migranti arrivati nel Paese. Il tutto avverra' nei prossimi giorni, secondo fonti provenienti direttamente da Bruxelles.

Si tratterebbe di un "atto dovuto a causa del mancato rispetto delle disposizioni del regolamento Eurodac", il sistema di rilevamento dati attivo a livello europeo, secondo la stessa fonte, e sarebbe imputato all'Italia e ad altri due Stati europei (non precisati).

"La decisione della Commissione europea di aprire una procedura di infrazione contro l'Italia per la mancata registrazione dei migranti è proprio ingiusta e ci fa veramente arrabbiare. Ci chiediamo che senso abbia mettere l'Italia sul banco degli imputati, che è stata sola a lungo ad affrontare questo fenomeno e che è un Paese che ha fatto molto più di altri, per qualche mancanza nella registrazione (decine di migliaia, altro che "qualche mancanza" -ndr) che peraltro risale a momenti di arrivi caotici del passato" ha dichiarato la capodelegazione degli eurodeputati Pd, Patrizia Toia. Ma è una reazione rabbiosa che non cambia il merito dell'accusa.

La procedura di infrazione arriva dopo mesi in cui l'Italia stava fornendo continue informazioni alla Ue circa la pratica delle impronte, nella speranza di un esito positivo e non dell'apertura di una procedura, primo passo che potrebbe arrivare a portare il Governo italiano di Matteo Renzi davanti alla Corte di giustizia dell'Unione europea.

In Italia, come in Grecia, sono stati di fatto aperti i primi hotspots, centri di identificazione e smistamento dei migranti in arrivo dopo essere sopravvissuto alla fuga dal proprio paese e al viaggio nel Mar Mediterraneo, ma riferendoci all'Italia, nessuno è funzionante secondo gli accordi presi con la Ue, che prevedono di lasciare dentro queste strutture tutti i migranti che non hanno diritto d'asilo e che nello specifico di quelli che arrivano nel Belpaese sono oltre il 95%.

Qui, una volta date le impronte, dovrebbero riuscire a chiedere asilo politico (quei pochi) rimanendo in attesa di una risposta, tutti gli altri vanno espulsi. La situazione, in realta', e' a dir poco caotica e il caso dell'hotspot di Lampedusa e' emblematico: "Da settembre le autorita' Italiane hanno adottato nuove pratiche illegali in violazione dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo presso l'hot spot di Lampedusa", denuncia l'europarlamentare Barbara Spinelli in un'interrogazione firmata da altri 22 colleghi europei.

"Arrivati nell'hot spot, i migranti sono frettolosamente intervistati e ricevono un formulario incompleto senza informazioni sul diritto all'asilo. Pertanto, molti migranti ricevono provvedimenti di respingimento senza avere avuto l'opportunita' di chiedere asilo ai sensi delle direttive 2011/95/UE detta "Direttiva Qualifiche" e 2013/32/UE detta "Direttiva Procedure".

Una volta ricevuti i provvedimenti di respingimento, i migranti sono cacciati dai centri con un documento che li obbliga a lasciare il paese entro sette giorni dall'aeroporto di Roma Fiumicino, ma è semplicemente una presa in giro. Nessuno di loro lascia o ha mai lasciato l'Italia dopo aver ricevuto il provvedimento di respingimento, che rimane un pezzo di carta senza conseguenze concrete.

Anzi, una conseguenza indiretta - piuttosto - ha fatto infuriare la Ue fino ad arrivare alla procedua d'infrazione della quale oggi è stato avviato l'iter: decine di migliaia di "respinti" si sono dati di fatto alla clandestinità e senza neppure le impronte che li possano far individuare hanno varcato tra il 2014 e la primavera del 2015  le frontiere italiane invadendo la Francia e poi la Germania.

Ce n'è abbastanza per aver fatto finire il governo Renzi davanti alla Corte di Giustizia Europea.
QUOTIDIANO  IL NORD

lunedì 7 dicembre 2015

Il Front national conquista la Francia

Oggi leggo molti articoli e commenti sul grande successo del FRONTE NAZIONALE Francese, dalla Lega Nord a Fratelli d’Italia , per passare anche da Casa Pound.
Bene, ricordo a tutti gli attori in causa che Marine Le Pen  non ha mai fatto accordi elettorali con Partiti appartenenti al PPE Europeo oppure con i Liberali di Sarkozy, ha perseguito il Suo progetto Politico, senza pensare se poteva guadagnare una Regione o un Comune in più; non ha mai cercato il potere immediato , come gli attori oggi in causa nel nostro Paese, ma ha cercato di spingere il Popolo Francese verso le proprie idee per migliorare la loro situazione socio/economico.

Sebastiano Campo



Il Front national conquista la Francia
Secondo i risultati ufficiali, ma non ancora definitivi, al primo turno delle elezioni regionali francesi del 6 dicembre il Front national si è imposto come prima forza politica, con il 27,7 per cento dei voti. Il partito di estrema destra guidato da Marine Le Pen è in vantaggio in sei regioni. Il Partito socialista, nella lista Unione di sinistra, ha ottenuto il 23 per cento ed è in testa solo in due regioni. La coalizione Unione di destra, in cui rientrano i Républicains dell’ex presidente Nicolas Sarkozy, è prima in quattro regioni e a livello nazionale ha ottenuto circa il 27 per cento.

Rispetto alle scorse elezioni regionali, quelle del 2010, è cresciuta la partecipazione al primo turno: dal 46,3 per cento al 49,9. Tuttavia si è molto lontani dalla percentuale del 2004, quando il 60,8 per cento degli aventi diritto votò alle regionali.
Il risultato di questo primo turno ha segnato una sconfitta in particolare per i Verdi, che si sono presentati nella lista Europe écologie les verts. Nel 2010 avevano ottenuto il 12,2 per cento dei consensi al primo turno, qualificandosi come terza forza politica del paese (il Front national aveva preso l’11,4 per cento), mentre il 6 dicembre si sono fermati al 3,8.

venerdì 4 dicembre 2015

INCHIESTA SUL TRAFFICO DEI MIGRANTI

Questa inchiesta del  giornale “IL FATTO QUOTIDIANO” ci fa capire , in parte , cosa c’è dietro il traffico degli esseri umani. Quello che non capisco, lo dico da tempo, è il silenzio che si cela dietro il non interventismo dell’ONU, Organizzazione della Nazioni Unite, il cui scopo principale è quello di risolvere problemi umanitari. Perché si permette questo traffico degno del periodo dello schiavismo e della tratta degli esseri umani, oltre che di migliaia di morti nel Mar Mediterraneo ? Perché non si crea , con l’egida dell’ONU un centro di identificazione direttamente in Libia , da dove partono questi poveri disgraziati ? Il Segretario dell’ONU, Ban Ki-moon (Sud Coreano),  dovrebbe essere denunciato al Tribunale dell’AIA per violazione dei diritti dell’uomo e strage umanitaria.

Sebastiano Campo



Traffico di migranti, così Egitto e Libia salvano i boss delle stragi. L’Isis ringrazia

Inchiesta di ilfattoquotidiano.it sui grandi trafficanti responsabili di sbarchi e naufragi. Fuad Abu Hamada è l'organizzatore di una traversata finita con 400 morti, ma il Cairo non risponde alla richiesta di arresto. Inafferrabile anche l'etiope Ermias Ghermay, ricercato dalla procura di Palermo per i 366 affogati a Lampedusa nel 2013. E così via. Senza collaborazione intenazionale, gli sforzi investigativi del Gruppo contrasto all'immigrazione clandestina di Siracusa e di diverse procure non riscono andare al di là dell'arresto degli scafisti. Ma intanto emergono collegamenti fra trafficanti e jihadisti
di Lorenzo Galeazzi e Mario Portanova | 4 dicembre 2015  IL FATTO QUOTIDIANO


Fuad Abu Hamada è accusato di essere l’organizzatore di una traversata in cui sono morti circa quattrocento migranti, per metà donne e bambini. Non una disgrazia – se così si possono chiamare le tragedie del mare provocate da carrette scassate e sovraccariche – ma l’atto deliberato di uno dei trafficanti, che ha speronato l’imbarcazione condotta da un “collega”, dopo il rifiuto di quest’ultimo di trasbordare il carico umano su un natante ancora meno sicuro.

Il 18 settembre 2014, nove giorni dopo il naufragio, la Procura della repubblica di Catania ha inoltrato alla Repubblica Araba d’Egitto un ordine di custodia cautelare per Fuad, accusandolo di associazione a delinquere e procurato ingresso illecito. Non di strage, perché i pm non hanno potuto appurare se fosse consapevole dello speronamento. L’Egitto ha restituito l’identificazione del boss: “Nato ad Aleppo (Siria) in data 1.7.1964”. Poi più nulla. Così finiscono molte indagini contro le organizzazioni criminali che stanno dietro l’eterna emergenza sbarchi. Si arrestano gli scafisti, ma i capi riescono quasi sempre a cavarsela. E a continuare un business che mostra diversi punti di contatto con le attività dell‘Isis.
La ricostruzione della strage nella traversata organizzata da Fuad
Il procuratore generale di Roma Giovanni Salvi ha parlato recentemente di un “pizzo” imposto dai jihadisti sulle rotte di terra nordafricane utilizzate dai trafficanti. Rotte che, secondo diversi analisti, i miliziani nigeriani di Boko Haram percorrono per combattere di fianco all’Isis in Libia. Una scheda telefonica di Abdel Majid Touil, il giovane marocchino arrivato in Italia su un barcone e ingiustamente accusato della strage del Bardo in Tunisia, è finita in mano ai suoi scafisti e – come ha documentato Paolo Biondani sull’Espresso – è stata poi utilizzata nell’organizzazione dell’assalto al museo. Bassam Ayachi, l’imam indicato come indottrinatore di alcuni dei terroristi del tragico 13 novembre parigino, era stato arrestato a Bari nel 2008 per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il legame tra sbarchi e arrivo di terroristi è buono più per la propaganda politica che per altro, ma una maggiore sintonia internazionale sul fronte dei trafficanti potrebbe fornire anche informazioni ultili per la lotta ai fanatici del Jihad.
“Da parte dell’Egitto c’è una totale mancanza di collaborazione”, spiega a ilfattoquotidiano.it il pm della Direzione distrettuale antimafia di Catania Rocco Liguori, impegnato anche nelle indagini su Fouad Abu Hamada. E questo nonostante il Paese sia firmatario della Convenzione Onu contro la criminalità organizzata transnazionale siglata a Palermo nel 2000, nonché del protocollo addizionale specifico sul traffico di migranti. Dal Cairo, però, nessuno è mai stato estradato. E quando di mezzo c’è la Libia, altro nido di trafficanti, peggio che peggio. Nel caos del Paese che fu di Gheddafi “c’è una totale mancanza di referenti istituzionali”. Tra Catania, Siracusa e Ragusa nel 2014 sono sbarcati 79mila migranti, quasi la metà del totale nazionale, pari a 165mila. Gli sbarchi- dicono i dati della Dda di Catania – sono stati 263, con 61 fermi di scafisti. Dal 2011 il Tribunale ne ha rinviati a giudizio 191, e le condanne in primo grado sono state 110.
FUAD ABU HAMADA E LA MAFIA DEGLI SBARCHI
Eppure di Fuad Abu Hamada sappiamo quasi tutto, grazie alle testimonianze di diversi superstiti soccorsi in mare e sbarcati a Pozzallo (Siracusa). Il nome, il volto riconosciuto da una foto di Facebook, due numeri di cellulare e soprattutto l’indirizzo esatto dell’ufficio da cui dirige il traffico di esseri umani da Alessandria d’Egitto, quartiere Miami, di fianco al palazzo di 12 piani dove molti dei migranti – in prevalenza siriani e palestinesi – hanno sostato prima della partenza per l’Italia, avvenuta dalla spiaggia di Wad el Gamer la notte tra il 6 e il 7 settembre 2014. Costo: duemila dollari. Fouad aveva rassicurato i suoi “passeggeri” sul fatto che a un certo punto “qualcuno avrebbe telefonato alle autorità italiane per richiedere il soccorso in mare e ciò ci avrebbe consentito di raggiungere l’Italia a mezzo delle unità di soccorso”.
In assenza di collaborazione delle autorità locali, sui padrini del traffico ci restano solo le informazioni fornite dagli scampati. “Corporatura robusta, leggeri baffi, carnagione chiara, capelli che danno sul biondo”, hanno raccontato di Fuad. Oltre che in Egitto, la sua organizzazione opera in Siria e in Palestina. Ai pm di Catania è descritto come un boss mafioso: “Il rispetto nei suoi confronti è assoluto, anche dagli abitanti di Alessandria”. In città “gode di elevata notorietà soprattutto per la forza intimidatrice e di assoggettamento che riesce ad esercitare con i suoi adepti durante la commissione dei delitti relativi al favoreggiamento all’immigrazione clandestina verso l’Italia”. Una notorietà che alle autorità egiziane non dovrebbe essere sfuggita.
Inchiesta: con le autorità italiane a caccia di trafficanti
“Tra Libia ed Egitto ci sono diverse organizzazioni criminali specializzate nel traffico di migranti”, spiega il pm Liguori. “Hanno capi riconosciuti, uomini armati, mezzi terrestri e marittimi, alloggi e fattorie”. Fouad non è l’unico presunto “padrino” che l’Egitto non punisce né consegna. Dal 18 settembre 2014 la procura di Catania aspetta notizie su Hanafi Ahmed Mohamed Farrag, “nato in Egitto il 29.7.1982, residente a Borg Meghezel, Metobes, governatorato di Kafr El Sheik”. La Procura di Catania lo considera un pezzo grosso del traffico di essere umani e lo accusa dell’arrivo di 360 immigrati per lo più egiziani e siriani, in tre viaggi tra luglio e ottobre del 2013. Ha un nome, ma è ancora libero, anche il presunto responsabile del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013: 366 vittime, un punto di svolta nella consapevolezza dell’opinione pubblica sulle tragedie del mare. E’ l’etiope Ermias Ghermay, che opera in patria, in Eritrea, in Sudan e in Libia. E’ latitante dal 12 febbraio 2015. La Direzione distrettuale antimafia di Palermo contesta alla sua organizzazione lo sbarco clandestino sulle coste siciliane di almeno 5.377 migranti, tra il maggio 2014 e il febbraio 2015. Ciascuno di loro ha sborsato a Ghermay tra i 1.500 e i 2mila dollari Usa.
JAMAL SAOUDI: 400 MORTI E I "SERVIZI" AL CARA DI MINEO
Un altro signore delle stragi, secondo la Procura di Catania, è un eritreo conosciuto come Jamal Saoudi, che opera in Libia, con base in una fattoria di Zuwara, cittadina costiera a ovest di Tripoli. Nell’estate del 2014, ricostruiscono gli investigatori, almeno due viaggi organizzati da lui finiscono in tragedia: il 28 giugno scompare per sempre un barcone con 244 persone a bordo, per lo più eritrei. Il 30 luglio, un centinaio di chilometri a est di Tripoli, ad andare a picco è un natante carico di 150 persone, provenienti dall’Africa sub-sahariana. La “merce” – così Saoudi chiama i migranti nelle telefonate intercettate – non arriva a destinazione. Del primo naufragio si viene a sapere perché l’allarme per parenti e amici attesi e mai arrivati filtra dalla comunità eritrea di Milano, storicamente numerosa e organizzata. Ne scrive su Avvenire il giornalista Paolo Lambruschi, che dopo la pubblicazione dell’articolo riceve una telefonata dallo stesso Saoudi. “Gridava in arabo, in modo concitato. Ha minacciato me e gli attivisti eritrei che lo avevano tirato in ballo”, racconta Lambruschi a ilfattoquotidiano.it.
La ferocia degli scafisti: il caleidoscopio dell’orrore
Souadi risulta a capo di una grossa organizzazione che raccoglie migranti dal Sudan all’Eritrea, li convoglia in una grande fattoria di Zuwara e lì organizza gli imbarchi per la Sicilia. Il viaggio via terra è fatto di fatica, violenze, sequestri di persona. Quello via mare è una roulette russa. A ogni tratta corrisponde una tariffa che il boss s’incarica di incassare personalmente. Anche attraverso la hawala, un circuito “bancario” clandestino diffuso in Africa. Se no vanno bene anche Western Union, Moneygram o, in Italia, Postepay. Ogni singolo migrante frutta migliaia di dollari.
I “servizi” offerti da Jamal Saoudi toccano il Cara di Mineo, centro di prima accoglienza attorno al quale si concentrano gli appetiti più disparati, dal giro di Mafia Capitale a politici e amministratori politici siciliani – indagato, fra gli altri, il sottosegretario di governo Giuseppe Castiglione – fino appunto ai trafficanti di carne umana. Grazie a opportuni scambi di badge, attraverso i suoi uomini Saoudi “smistava i migranti a suo piacimento e ne organizzava i successivi spostamenti” verso Roma e Milano, scrivono i pm catanesi nelle carte dell’operazione Tokhla.
CACCIATORI DI SCAFISTI: LA "SQUADRETTA" DI SIRACUSA
L’avamposto della lotta a scafisti e trafficanti è un piccolo ufficio con quattro scrivanie al quinto piano della Procura della Repubblica di Siracusa. E’ la sede del Gicic, il Gruppo interforze di contrasto all’immigrazione clandestina, creato nel 2006 e coordinato dal sostituto procuratore Antonio Nicastro.

La squadretta guidata dal sostituto commissario di polizia Carlo Parini è composta da uomini della Guardia costiera, dell’Agenzia delle Dogane e da un paio di interpreti-mediatori culturali inquadrati come ausiliari di polizia giudiziaria. Le pareti sono zeppe di faldoni. In cima agli scaffali, decine di scatole per fogli da stampante custodiscono i miseri reperti di sbarchi e naufragi. La scrivania di Parini sembra una trincea della Grande guerra, con una montagna di fascicoli al posto dei sacchi sabbia. Di fianco è appesa la fotocopia dell’articolo 7 del decreto sull’immigrazione clandestina: “Nell’assolvimento del compito assegnato l’azione di contrasto è sempre improntata alla salvaguardia della vita umana ed al rispetto della dignità della persona”.
Nella perenne emergenza non ci sono turni che tengano. Nel picco di quest’estate, dovuto soprattutto alla crisi siriana, “in una solo giornata c’erano fino a venti gommoni in mare”, racconta Tonio Panzanaro, secondo capo scelto della Guardia costiera in forza al Gicic.
“Grazie alle rotte individuiamo le reti criminali”
Gli uomini di Parini sono i primi ad accorrere a ogni sbarco in quel tratto di costa, anche se l’avamposto della lotta ai trafficanti non è dotato neppure di un’auto di servizio. Poco conta che sia notte, mattina presto e o che si tratti di salire all’improvviso su una motovedetta per raggiungere i barconi intercettati in mare aperto. Gli agenti approcciano i migranti, cercano di individuare subito gli scafisti e, quando possibile, di tirare le fila fino ai vertici del traffico. La prima domanda è se qualcuno abbia subito violenze o sia stato ucciso durante la traversata, in modo da poter contestare i relativi reati.

Come si riconosce al volo uno scafista nel caos dei soccorsi? Lo spiega Abdelaziz Mouddih, per tutti Aziz, marocchino in Italia ormai da una quarantina d’anni, uno degli ausiliari della squadretta, di mestiere kebabbaro a Ortigia, il suggestivo centro storico di Siracusa.
Parla Aziz, il kebabbaro “acchiappa-scafisti”
“Lo scafista di solito ha i vestiti asciutti e il pacchetto di sigarette pieno”, dice con l’aria di chi ne ha viste tante. Comunque di solito sono i “passeggeri” a prendersi la rivincita contro i loro aguzzini, specie dopo le traversate più infernali. “Vedo quello che mi dicono con la bocca”, affabula Aziz.

Aziz il kebabbaro è un Google umano degli scafisti. Appena sale su un barcone scruta la scena alla ricerca di facce note, magari gente “che abbiamo già arrestato”, dice senza celare un’evidente vocazione sbirresca. Perché uno scafista preso la prima volta se la può cavare patteggiando tre o quattro mesi di carcere e poi tornare al suo mestiere, ma con la recidiva le cose si mettono peggio. E la pena può toccare i sette anni.
LA STRAGE DEGLI STUDENTI E LA TONNARA DEI SEPOLTI VIVI
Sono scene dell’orrore quelle che spesso si parano davanti agli uomini del Gcic. Carlo Parini è un omone, un cinquantenne siciliano alto, robusto e schietto. Ma a volte è troppo anche per lui. “Nella primavera del 2005 ci furono diversi sbarchi di cinesi provenienti da Malta. Gli scafisti erano soliti buttarli in mare a circa un miglio dalla costa, ma l’acqua in quella stagione era ancora fredda e molti non ce la facevano. La notte del 24 marzo, sulla costa intorno a Pozzallo, recuperammo nove cadaveri. Qualcuno era riuscito ad arrivare a terra fino alla strada, ma non era sopravvissuto. Erano ragazzi e ragazze giovani. Scoprimmo poi un giro di visti scolastici falsi fra Pechino e Malta, messi in vendita a 10mila euro l’uno, che permettevano la circolazione nell’area Schengen. Riuscimmo almeno a dare un nome a tutti quei cadaveri, e le nostre indagini, in collaborazione con le autorità di La Valletta, portarono all’arresto dei tre fratelli fratelli maltesi organizzatori del traffico”.
La mattanza dei cinesi coi visti falsi
Poi ci fu quella volta, nel 2011, dei sepolti vivi nella tonnara abbandonata di Santa Panagia, vicino a Siracusa. Ventidue giovani egiziani da una settimana erano reclusi in un tugurio sotterraneo perché i trafficanti cercavano di estorcere altri soldi ai familiari. Uno degli scafisti, fermato all’epoca, incontrerà di nuovo Aziz e Parini su una nave intercettata dalla Marina militare a ottobre di quest’anno, in un’operazione conclusa con 21 arresti. Finirà di nuovo in carcere, nonostante il goffo tentativo di inscenare un “carramba che sorpresa” con tanto di baci e abbracci agli “amici” ritrovati.
Il sequestro degli egiziani nella tonnara di Santa Palagia
Il commissario Parini apre da Internet una mappa della costa libica e snocciola i porti di partenza: Zuwara, Tobruk, Bengasi… Anche in Egitto, aggiunge, “conosciamo tutti i luoghi d’imbarco, e chi opera, nel delta del Nilo. Ormai ci basta vedere il colore del barcone per capire da dove proviene”. Ma il muro di gomma di Egitto e Libia non lascia andare oltre. Poi ci si mettono pure le leggi italiane. Parini, un po’ di anni fa, riuscì a incastrare un grosso trafficante. Che del boss aveva tutto, tranne il physique du rôle. Giovane, bella, “con rotoli di banconote nascosti sotto i vestiti colorati”, scrive di lei Cristina Giudici in Mare Monstrum (Utet 2015), un libro che racconta gli uomini e le storie del Gicic. Lei è Madame Gennet, vero nome Ganet Tewide Bahare, eritrea. Nel 2003, Parini si trovò a occuparsi di un gommone carico di cadaveri alla derive vicino a Lampedusa. Arrivavano dalla solita Zuwara, erano tutti morti di stenti tranne una donna che fu salvata per miracolo. Indicò Madame Gennet come numero uno dell’organizzazione. Quel nome ritornava in altri sbarchi. La ‘madame’ fu arrestata a Tripoli e – Gheddafi era ancora saldo in sella – consegnata all’Italia. Finì in carcere a Civitavecchia, ma ne uscì dopo tre anni appena. Grazie all’indulto.
IL CORRIDOIO UMANITARIO C'E' GIA'. MA A META'
Porto commerciale di Augusta (Siracusa), mattina del 22 ottobre 2015. Attracca la nave Dattilo della Guardia costiera, con una gigantesca scritta rossa sulla fiancata, “Rescue zone”, zona di soccorso. A bordo, una novantina di profughi eritrei e somali soccorsi in mare. Molti giovani, molte ragazze con vestiti colorati. L’arrivo dei migranti è l’unica attività che movimenta lo scalo nell’arco di tutta la giornata, salvo un singolo camion che preleva un singolo container dalla banchina spazzata dal vento. Il molo, però è affollato. Spiccano le pettorine di una pletora di organizzazioni umanitarie: Unhcr, Croce rossa, Save The Children, Emergency… Ci sono anche gli osservatori di una ong belga, in missione per verificare il trattamento riservato ai migranti. Non manca la Protezione civile e il tutto è sorvegliato, oltre che dalla locale questura, da un contingente del Battaglione mobile dei carabinieri, arrivato da Milano perché tutti i “celerini” locali risultano impegnati altrove, per lo più sul fronte migranti.
Lo sbarco ad Augusta del del 22 ottobre 2015
Eppure è uno “sbarco” come tanti, routine neppure registrata dalle cronache. Nessun naufragio, per fortuna, né violenze durante la traversata. Non c’è dramma, non c’è pathos. La prima cosa che chi scende a terra deve declinare non sono le generalità ma il numero di scarpe, perché ciascuno riceve un paio di zoccoli in gomma tipo crocs. I migranti vengono messi in fila per tre sulla banchina e fatti accovacciare per qualche minuto. Nessuno grida, nessuno parla. L’espressione dei loro volti non è poi tanto diversa da quella di qualunque viaggiatore alle prese con noiose formalità doganali. Poi il gruppo scompare oltre le transenne di un piccolo campo tendato allestito al porto per identificazione, controlli medici e smistamento nei centri di accoglienza. In tutta la procedura, il contatto con la popolazione locale è pari a zero.
Gli sbarchi veri, ormai, in Italia sono rari. I trafficanti sanno che i barconi saranno intercettati ben prima delle missioni di pattugliamento. E che qualcuno si incaricherà di coprire l’ultima tratta del viaggio. Tant’è, spiega il commissario Parini, che ormai le mafie delle traversate non hanno neppure più bisogno di una rete di complici in Italia- emersa invece in diverse indagini passate – per gestire l’arrivo dei migranti e il loro smistamento nel nostro Paese o in Nord Europa. A questo pensano le autorità italiane.

Mezzo corridoio umanitario di fatto c’è già. Forse andrebbe presa in considerazione l’idea di aprire l’altra metà, venendo incontro alla richiesta di molte organizzazioni umanitarie. Invece di lasciarla agli inafferrabili boss delle stragi.

martedì 1 dicembre 2015

LE FORZE ARMATE LAVORANO E LE ISTITUZIONI SMONTANO!



Ho ritrovato e voluto riproporre un articolo proposto dal quotidiano “Il Tirreno” di Prato del 12 Aprile 2014, quindi non molto lontano dalla data odierna, dettagliato e ben fatto col quale viene posto in risalto il contrabbando cinese di tessuti e la malavitosa organizzazione che si trova dietro. Ho voluto evidenziare il grande lavoro svolto dalla Guardia di Finanza, a cui non è seguito l’interesse e l’azione delle istituzioni, colpevoli ed inadeguate nell’incapacità di debellare il problema e la concorrenza sleale così subita dalle aziende italiane di settore.

Da questo si evince che non manca sul territorio il lavoro ed il capace controllo delle nostre forze armate, quanto il supporto a loro dovuto dalle istituzioni. Ulteriore dimostrazione ne abbiamo proprio nella giornata di oggi01 Dicembre 2015, con il controllo da parte della Guardia di Finanza al Comune di Roma, dove hanno riscontrato altre truffe ed elementi di corruzione. Troppe volte i cittadini pongono in discussione l’operato delle forze armate e si scagliano contro gli stranieri in genere, obiettivi entrambi sbagliati, in quanto il vero verme che si insidia nel sociale italiano sono le istituzioni e la porzione di politica corrotta, ormai da tempo dimostratisi portatrici di immoralità ed assenti di valori.  

Ecco chi c’è dietro al contrabbando di tessuti dalla Cina

Il retroscena dell’inchiesta della guardia di finanza di Prato sull’evasione dell’Iva. Nomi e luoghi di un affare che potrebbe essere solo la punta dell’iceberg
di Paolo Nencioni (IL TIRRENO-PRATO)
12 aprile 2014
 


Il capannone di via Fonda di Mezzana dove arrivava parte della merce
PRATO. Sono 169 pagine fitte di numeri, spedizioni, importazioni di fibre in cotone, rayon, poliestere, fibre artificiali in fiocco, Iva pagata e più spesso non pagata, ma potrebbe essere solo la classica punta dell'iceberg, se hanno ragione gli inquirenti (guardia di finanza e sostituto procuratore Eligio Paolini) che indagano sull'affare del contrabbando dei tessuti importati dalla Cina. E' l'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Luca D’Addario che la scorsa settimana ha messo agli arresti domiciliari un noto spedizioniere di Genova, Bruno Guccini, titolare della Global Speed, e quattro importatori cinesi, Zou Guanglin, Hu Zhiyu, Li Zhendao e Lin Zhengke. Altri undici cinesi hanno l'obbligo di dimora a Prato, mentre a sedici orientali è stato imposto il divieto di espatrio.
IL SISTEMA. Il redditizio affare dei tessuti importati dalla Cina senza pagare l'Iva potrebbe essere solo una piccola parte di un affare molto più grande, se è vero che lo strumento usato dai 32 indagati per associazione a delinquere, il "deposito fiscale", sembra molto facile da usare e dunque potrebbe essere stato usato massicciamente sia a Prato che altrove. Fondamentale, per raggiungere lo scopo, è la creazione di società fittizie, le cosiddette "cartiere", che si accollano il debito Iva al momento in cui la merce esce dal deposito dello spedizioniere, mentre i tessuti vengono dirottati verso altre società che poi li rivendono al nero.
LE “CARTIERE”. Nel caso pratese le società "cartiere" erano, tra le altre, la Import Export di Chen Pengcheng, la Import Export di Hu Zhiyu, la Import Export di Zhang Hong, la Will Import Export di Li Zhenglian, la Fashion 99 di Zhang Zhedong, o anche la Tex Import di Cui Xiaoyan che ha la sede in via di Gello 21/7, nell'ex Lanificio Fedora, e magazzino in via Pasquinelli 34/36. Quest'ultima società, per esempio, era al servizio della Querci srl, gestita da Li Guoha e Shen Yuehue, con sede in via del Molinuzzo 83. In altre parole le partite di tessuti in uscita dal deposito dello spedizioniere genovese Guccini partivano per il magazzino di via di Gello, ma finivano in quello di via del Molinuzzo. Tra i veri destinatari dei tessuti figura anche la Albatex srl di Zhang Jian, che ha un deposito in via Toscana 57/A, molto vicino alla Teresa Moda dove lo scorso 1° dicembre sono morti sette operai cinesi nell'incendio della confezione (non è escluso che confezionassero tessuti entrati in Italia di contrabbando).
Un altro approdo pratese delle "pezze" cinesi è il magazzino della H&L Import Export di via Onorio Vannucchi 18/1, da dove poi venivano girate a pronto moda compiacenti, tra cui la P.L. Moda di Xie Youdi, in via Paronese 145, e poi rivendute al nero. Non solo in Italia ma anche in Grecia, dove opera tale Guo Zan, mentre il figlio Guo Tian Ming cura le spedizioni dalla Cina.
Una parte della merce arrivava anche a Poggio a Caiano, alla Suni Company di Sun Ruixi, e a Seano, dove in via Galilei 36 ha il deposito la Acqua Fortuna srl (con sede legale a Prato in via del Molinuzzo 83). E ancora, a Prato, figurano come destinatari finali la MD Import Esport di via Fonda di Mezzana 59/F, il Pronto Moda Miss di via delle Colombaie 5. Quando serviva un deposito dove stoccare la merce prima di consegnarla al destinatario finale, secondo la Procura ci pensava Lin Xia, titolare della Hexihe Immobile, che forniva capannoni e magazzini.
DEPOSITI FANTASMA. Un giro all’inizio del Macrolotto 2, tra il magazzino della MD di via Fonda di Mezzana e quello della H&L di via Onorio Vannucchi, aiuta a capire quanto sia difficile intercettare il flusso di tessuti che ogni giorno arriva dalla Cina: è una sfilata di capannoni anonimi, senza un’insegna, in molti casi senza un numero civico, come trovare un ago in un pagliaio, in quei capannoni ci può essere di tutto. Quello della MD è chiuso, davanti all’ingresso c’è un container aperto, apparentemente abbandonato. Quello della H&L è senza numero civico e non si trova anche chiedendo.
IL PRESTANOME. Sulla carta, una bella fetta dei tessuti arrivati di contrabbando a Prato sono stati importati da un tale Chen Pengchen. Quando i finanzieri sono andati a cercarlo hanno scoperto che si tratta di un operaio che da dieci anni lavora alla “Meccanica Lu” di Cenate Sotto (Bergamo). Il suo datore di lavoro dice che non si è mai allontanato da lì e che non sa nemmeno dove è Prato. Sua moglie ha raccontato che un anno fa fu contattato da un tale Ahong di Prato che gli chiese di aprire una società a suo nome, ma di non aver mai visto un euro.
SEQUESTRO E BOTTE. Il 17 febbraio 2012, quando un controllo della Finanza alla MD di via Fonda di Mezzana fa iniziare l’inchiesta del sostituto Paolini, i cinesi si rendono conto che si sta mettendo male . Ufficialmente sia il mittente che il destinatario sono la Import Export di Chen, quello che fa l’operaio a Bergamo. E allora parte una girandola di fax con bollette di accompagnamento, fatture di diversi importi. Tutta documentazione prodotta sul momento e che poi si scoprirà è stata inviata da una ricevitoria di via Bologna, a Prato. La titolare, sentita dalla guardia di finanza, si ricorda di aver visto entrare un cinese molto agitato che aveva urgenza di spedire i fax e che non si dava pace perché l’apparecchio si era guastato. Ma ormai il danno era fatto e uno di quelli che verranno poi arrestati, Li Zhendao, passerà un brutto quarto d’ora. In una telefonata del 19 febbraio
Li Zhendao confiderà a tale Aming di essere stato picchiato dai suoi soci per la storia del container sequestrato dalla guardia di finanza.



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