Con questo articolo, ripreso da enciclopedia Wikipedia,
voglio portare a conoscenza e alla sensibilizzazione di uno dei più grandi,
meglio il più grande genocidio di razza della storia del Mondo. Quello dei
popoli del continente Americano, Nord
,Sud e centro America, ad opera dei
coloni del Nord America ( Britannici, Francesi, Olandesi ) e degli Spagnoli nel
Centro e Sud America. Una Storia di cui
gli studiosi sono a conoscenza ma di cui non viene fatta menzione in termini
indiziari e di condanna, gli abitanti degli Stati Uniti e i suoi Politici sono
sempre pronti a condannare gli altri, ma non ricordano i loro massacri; come
menziona la Storia sono stati di esempio per quello che definiscono il più
grande massacratore del Novecento, un certo Hitler.
Sebastiano Campo
Genocidio dei
nativi americani
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Esecuzione di massa di alcuniindios da parte degli spagnoli
Per genocidio dei nativi americani, detto anche genocidio
indiano, olocausto americano (in inglese American Holocaust o Indian Holocaust)
o catastrofe demografica dei nativi americani, si intende il calo demografico e
lo sterminio dei nativi americani (detti anche indiani d'America, pellerossa o,
nel centro-sud America, indios e amerindi), avvenuto dall'arrivo dei bianchi
alla fine del XIX secolo, periodo in cui, si ritene che un numero tra i 50[1] e
i 100 milioni di nativi[2] morirono a causa dei colonizzatori, come conseguenza
di guerre di conquista, perdita del loro ambiente, cambio dello stile di vita e
soprattutto malattie contro cui i popoli nativi non avevano assolutamente
difese, mentre molti furono oggetto di deliberato sterminio, poiché considerati
barbari. Per altri la cifra supera i 100 milioni di morti in 500 anni, fino ad
arrivare a 114 milioni.[3]
Diversi sono i motivi, anche se principalmente la causa fu
l'obiettivo di impossessarsi delle terre e delle ricchezze dei nativi, spesso
giustificando in maniera ideologica o pratica gli stermini; gli stessi nativi
aztechi e inca, che praticavano sacrifici umani, spesso però si erano
convertiti al cristianesimo e avevano abbandonato questi riti, ma nonostante
ciò erano considerati esseri inferiori e spesso da schiavizzare e la stessa
sorte toccò ai nativi pacifici. Nel Nordamerica morirono meno nativi che nel
resto del continente, ma l'impatto fu più devastante a causa del numero più
esiguo. Nel 1890 rimanevano 250.000 individui, e si stima che l'80 % (1
milione) fosse stato sterminato nel crollo demografico tra il 1600 e il 1890.
Per questo si suole parlare di genocidio dei nativi americani o genocidio
indiano, nonché di etnocidio. Nativi e soprattutto meticci costituiscono però
ancora una gran parte della popolazione sudamericana, mentre sono una piccola
minoranza nel nord.[4]
Il Nuovo Mondo conobbe nel corso del XVI secolo un
notevolissimo crollo demografico della popolazione indigena del continente,
principalmente dovuto alla diffusione di patologie non curabili quali il
vaiolo, l'influenza, la varicella, il morbillo. Queste patologie vennero
inconsciamente portate con sé dagli europei e dai loro animali, quando
sbarcarono e si stabilirono nel nuovo continente, e poi utilizzate anche in
maniera conscia, come armi. Si trattava di malattie pressoché inesistenti in
America: mentre le popolazioni di Europa, Asia e Africa avevano sviluppato
anticorpi specifici contro di esse, gli indiani si trovarono del tutto inermi
di fronte ad esse. Pertanto, questi si ammalarono rapidamente e morirono senza
poter fare niente.[4]
Si stima che tra l'80% ed il 95% della popolazione indigena
delle Americhe perì in un periodo di tempo che va dal 1491 al 1550 per effetto
delle predette malattie. Circa un decimo dell'intera popolazione mondiale di
allora (500 milioni circa) fu decimato. La prima malattia che si diffuse nel
Nuovo Mondo fu causata da una germe dell'influenza dei suini ed ebbe inizio nel
1493 a Santo Domingo e decimò la popolazione (da 1.100.000 a 10.000)[senza
fonte]; nel 1518 comparve il vaiolo ad Hispaniola che si propagò dapprima in
Messico, poi in Guatemala e nel Perù; la malattia destabilizzò l'impero inca
favorendo la campagna di conquista di Francisco Pizarro ed il massacro della
popolazione. Dopo il devastante passaggio del vaiolo e dei conquistadores, fu
la volta del morbillo.[4]
I metodi di sterminio e segregazioni attuati contro i nativi
nordamericani, secondo lo studioso John Toland, vennero presi a modello
(assieme al genocidio armeno e altri stermini o forme di razzismo come
l'apartheid o il razzismo contro i neri e le minoranze negli Stati Uniti) da
Adolf Hitler nell'attuazione dell'Olocausto contro ebrei, rom e altre minoranze
etniche e politiche e, in generale, della politica razziale nella Germania
nazista.[5]
Per lungo tempo lo sterminio dei nativi venne ignorato o
sottovalutato dalla storiografia ufficiale, perlomeno fino alla metà del XX
secolo.[4]
Nativi mesoamericani e sudamericani
Hernán Cortés, conquistadores spagnolo che distrusse l'impero azteco

Fin dopo i primi viaggi di Colombo gli spagnoli
organizzarono nelle isole caraibiche degli insediamenti stabili e dei
governatorati coloniali come a Cuba. Il primo, però, ad organizzare una
spedizione di conquista verso la terraferma fu Hernán Cortés. Egli il 18
febbraio 1519 con undici navi, poche decine di cavalli e alcuni pezzi
d'artiglieria, partì da Cuba verso l'odierno Messico. Dopo aver sostato
sull'isola di Cozumel e aver costeggiato lo Yucatan, fondò sulla costa
messicana la piazzaforte di Veracruz. Da lì si mosse alla conquista dell'Impero
Azteco e nell'arco di pochi mesi, sfruttando le rivalità e conflittualità tra
le varie popolazioni facenti parte dell'impero, entrò a Tenochtitlán, la
capitale azteca. L'anno successivo, però, egli dovette lasciare la città per
fronteggiare l'attacco mossogli da un altro spagnolo, Pánfilo de Naváez,
mandato dal governatore di Cuba Diego Velázquez de Cuéllar, che l'anno prima
aveva sconfessato Cortés.
Respinto de Naváez, il conquistador dovette rifugiarsi a Tlaxcala,
città a lui fedele, a seguito di una ribellione scoppiata nel giugno del '20.
Ripresosi e riconquistato il terreno perduto, Cortés entrò definitivamente a
Tenochtitlan che ribattezzò Mexico (13 agosto 1521). L'imperatore Montezuma,
divenuto un fantoccio nelle mani degli spagnoli, venne assassinato dal suo
popolo (o forse dagli spagnoli stessi[6].), mentre suo fratello Cuitláhuac gli
successe per breve tempo, morendo di vaiolo. Infine, il cugino Cuauhtémoc
divenne l'ultimo sovrano a difendere la capitale e l'impero, prima di cadere in
battaglia.
Nei decenni successivi si susseguirono missioni sempre più
spesso militari in Centro America, finché dal 1522 le brame dei conquistadores
si rivolsero verso un regno sito tra gli altopiani andini e del quale
giungevano notizie abbastanza precise sulla sua prosperità e le sue ricchezze
minerarie: l'impero inca. Pasqual de Andagoya fu il primo ad arrivare fino a
sud dell'attuale Colombia a Puerto de Pinas. Fu però il condottiero e hidalgo
spagnolo Francisco Pizarro ad organizzare nel '32 il viaggio di conquista
dell'impero inca. Partito da Panama alla fine del '30 con tre navi e quasi
centottanta uomini giunse a Túmbez nell'aprile dell'anno dopo. Una volta che
ebbe costituito il primo insediamento spagnolo sulla costa pacifica
sudamericana (San Miguel de Piura), ripartì alla volta del Biru. Approfittando
della guerra civile tra i due fratellastri Atahualpa e Huáscar e utilizzandoli
come pedine del proprio disegno strategico, Pizarro soggiogò gli incas, si impossesso
dell'ingente tesoro imperiale e spostò la capitale da Cuzco a Villa de los
Reyes, ossia l'odierna Lima.
Gli anni successivi furono turbolenti, poiché presto gli
indigeni si ribellarono al giogo spagnolo guidati da Manco Capac, l'imperatore
imposto da Pizarro in sostituzione di Huáscar, da lui precedentemente sostenuto
contro Atahualpa (fatto giustiziare da Pizarro), e anche perché tra il
condottiero e Diego de Almagro, che lo aveva seguito, nacquero rivalità
sfociate in una guerra tra fazioni. La situazione rimase tale anche con i
successori dei due, finché nel 1572 il viceré Francisco de Toledo riuscì a
catturare e giustiziare l'ultimo imperatore inca Túpac Amaru e a dare una
sistemazione definitiva al suo Vicereame.
Tra queste due spedizioni, ne furono organizzate di numerose
tra il 1522 e il 1526 che portarono all'esplorazione e conquista dell'Honduras,
del Guatemala, del Messico meridionale di Tepic e nel '29 nel territorio degli
indios chichimecas nel Messico nordoccidentale, che rimase una regione instabile
per le ribellioni degli indigeni fino al '600 inoltrato.
Lo stesso Cortés organizzò quattro viaggi tra il 1532 e il
'39 nello specchio d'acqua che ancora oggi porta il suo nome: Mar de Cortés o
Golfo di California[7].
I territori spagnoli del Nuovo Mondo furono organizzati
secondo un sistema di tipo feudale. Ai conquistadores la corona spagnola
concedeva appezzamenti di terra più o meno grandi (le encomiendas). Il feroce
sfruttamento delle popolazioni native provocò un enorme crollo demografico. Furono
sterminati così, ad esempio, la maggior parte dei nativi dei caraibi, presto
sostituiti dagli schiavi africani, come manodopera a basso costo.
I conquistadores si organizzavano in bande armate per
conquistare i territori ancora non colonizzati, le loro spedizioni erano
chiamate entradas (incursioni), affidate a loro dalla corona e che li rendeva
governatori e comandanti generali allo stesso tempo (il cosiddetto adelantado).
Il loro potere, però, non era assoluto[8].
Vennero ridotti in schiavitù moltissimi nativi e vennero
utilizzate le ricchezze del loro territorio fertile e dal sottosuolo
ricchissimo, favorendo di fatto lo sviluppo economico in tutta l'Europa, e non
solo in Spagna e Portogallo. I maggiori sostenitori e beneficiari di questa
politica di sfruttamento furono infatti il Regno Unito, Spagna, Portogallo
Francia e i Paesi Bassi. Sostanzialmente, i colonizzatori crearono un
continente dal quale attingere oro, argento (utilizzando la manodopera dei
nativi ridotti in schiavitù) e prodotti agricoli da monocolture (installate
bruciando le foreste e le coltivazioni presenti prima dell'arrivo di Colombo).
Uno dei motivi principali dell'arretratezza era il contrasto
allo sviluppo industriale locale operato dalle potenze coloniali. Questa
portava le colonie a vendere in Europa materie prime a prezzi bassissimi (ad
esempio metalli e fibre tessili), per poi comprare prodotti lavorati (ad
esempio armi, tessuti, attrezzature) dagli stessi paesi europei. La gran parte
di tali ricchezze si riversavano, quindi, nei paesi produttori di tali beni.[7]
Nel 1781 verrà soffocata nel sangue la rivolta dell'ultimo
grande capo nativo prima dell'era moderna, Túpac Amaru II[7]
Anche con la fine della schiavitù, nel 1888, la mortalità
dei lavoratori era sempre altissima[senza fonte] e le proprietà – terriere e
non – erano tutte divise tra pochissime famiglie ricche. Di fatto era ancora
più conveniente assumere con contratti temporanei tutti i disperati che non
potevano trovare cibo che gestirli come schiavi.
Successivamente si aggiungerà lo sfruttamento neocoloniale,
rivolto anche contro gli stessi ispanici dagli Stati Uniti e dalle
multinazionali, e la distruzione di parte della foresta Amazzonica, con la
scomparsa di molte tribù di cacciatori-raccoglitori.
Sarà solo verso la fine del XX secolo, che gli indios
riusciranno, in alcuni paesi come la Bolivia, a ritrovare un certo potere
politico e rappresentanza, migliorando le loro condizioni di vita.
Nel XVIII Túpac Amaru II guido' la rivolta peruviana contro gli spagnoli
Tʿatʿaɲka Iyotake, il grande capo Lakota, comunemente noto come Toro
Scontro fra cavalleria e indiani
All'inizio del Cinquecento, mentre gli spagnoli dilagavano
nella parte centrale e meridionale del continente, altri europei presero a
esplorare le coste atlantiche della sua parte settentrionale. Così fecero
l'Inghilterra (con Giovanni Caboto e Sebastiano Caboto) e la Francia (per mezzo
di Giovanni da Verrazzano). A quel tempo a nord del Rio Grande si stima che la
popolazione indigena non superasse i 12 milioni di persone, riunite in tribù
poco numerose e non unite le une dalle altre. I nativi americani, appartenenti
alle tribù Algochine e Cherokee, praticavano un'agricoltura rudimentale e si
spostavano con le canoe lungo i fiumi.[2][9]
Fra il XVI e il XVII secolo sorsero in Florida, nel New
Messico e in California le prime colonie degli spagnoli che provenivano
dall'America centrale. Più a nord, i francesi si inoltrarono nel bacino del San
Lorenzo dove si stanziarono nelle città di Québec e Montréal. Da qui i francesi
penetrarono nell'interno, verso i Grandi Laghi e successivamente verso sud nel
bacino del Mississippi, fino a raggiungere la sua foce, dove fondarono la città
di La-Nouvelle Orléans (New Orleans).[2][9]
Si ebbero anche guerre con indiani alleati degli inglesi e
altri dei francesi. Furono i britannici che richiesero gli scalpi dei nemici
uccisi ai nativi, che prima d'allora non aveva questa pratica. Prima di queste
guerre, raramente gli indiani erano stati ostili (escludendo il massacro
indiano del 1622), e spesso avevano permesso gli insediamenti in cambio di
fucili e altri oggetti, non avendo il concetto di proprietà privata.[2][9]
Ben presto però, fra tutti i coloni, prevalsero gli inglesi
che giunsero a dominare l'intera fascia costiera, dove un po' alla volta si
formarono 13 colonie, il nucleo fondamentale di quelli che un secolo più tardi
divennero gli Stati Uniti d'America (1776).[2]
I primi tentativi di colonizzare l'America settentrionale
non ebbero un grande successo, dato che i nativi americani non si adattavano
minimamente ad essere assoggettati come manodopera e il clima non favoriva gli
insediamenti. Dopo alcuni tentativi falliti, il primo insediamento inglese
stabile fu costruito nell'odierna Virginia e prese il nome di Jamestown.
Gli inglesi partirono dalla costa più vicina all'Europa (la
East Coast) respingendo progressivamente le popolazioni indigene verso ovest
(il cosiddetto Far West).[9] Alcuni politici e intellettuali, come Thomas
Jefferson (che paragonò la capacità oratoria del capo Logan/Tah-gah-juta a
quella di Demostene e Cicerone)[10], erano interessati alla cultura dei nativi,
ma ben presto sorsero i primi conflitti.
I nativi più combattivi e più numerosi, come i Sioux e gli
Apache, si opposero con le armi, ma gli inglesi e gli americani avrebbero
risposto con violenza ancora superiore, spesso ignorando i trattati e
massacrando anche donne, vecchi e bambini inermi, come nel massacro di Sand
Creek, ad opera di John Chivington, e nel massacro di Wounded Knee. La vittoria
più importante dei nativi fu nella battaglia del Little Bighorn, dove Cavallo
Pazzo, con l'aiuto di Toro Seduto, annientò il generale George Armstrong Custer
e il suo reggimento 7º cavalleria.[2][9] I capi che resistettero di più furono
i celebri Cochise, Toro Seduto e Geronimo; tra gli altri celebri capi di questo
periodo si ricordano Piccolo Corvo, Cavallo Pazzo, Nuvola Rossa, Capo Seattle,
Capo Giuseppe, Uomo-Teme-I-Suoi-Cavalli, Pioggia Sulla Faccia; alla fine delle
guerre in nordamerica (XIX secolo) i nativi rimasti saranno rinchiusi nelle
riserve, e otterranno i pieni diritti civili e politici solo nella seconda metà
nel XX secolo.[9] Il generale William Tecumseh Sherman fu uno dei maggiori
esecutori delle stragi ai danni degli indiani, assieme a Philip Henry Sheridan,
sostenitore dello sterminio esplicito dell'etnia nativa, al punto che gli viene
attribuita la frase secondo la quale "l'unico indiano buono è l'indiano
morto" (in realtà pronunciata dal deputato James M. Cavanaugh)[11].
Anche gli indiani nativi del Canada, Prime nazioni, Inuit,
Métis, subirono dei massacri e una consistente riduzione di numero da parte dei
coloni britannici e francesi, con episodi collegati all'assimilazione culturale
protrattisi fino alla seconda metà del XX secolo.[12]
Le guerre indiane
Lapide presso il Sand Creek, dove il reggimento di John Chivingtonmassacrò un gran numero di nativi
Goyaałé, capo e sciamano apache, più noto col soprannome di Geronimo
I sioux e gli apache, scacciati anche dall'est, allo stremo della
sopportazione, reagirono violentemente attaccando e uccidendo anche civili
(come negli "attacchi alla diligenza"), in risposta alle stragi
indiscriminate ordinate dai generali statunitensi contro i loro accampamenti, e
alla colonizzazione forzata dei loro territori. Allora il presidente Ulysses S.
Grant si rivolse a Sheridan, sotto la spinta dei Governatori delle pianure, ed
egli ebbe carta bianca.[14] Successivamente diverrà comandante in capo
dell'esercito al posto di Sherman. Nella campagna d'inverno del 1868–69 attaccò
le tribù dei Cheyenne, dei Kiowa e dei Comanche nelle loro sedi invernali,
tagliando loro rifornimenti e bestiame e uccidendo ognuno che avesse resistito,
conducendo i sopravvissuti indietro nelle loro riserve. Questa strategia
proseguì finché i nativi onorarono i trattati che erano stati costretti a sottoscrivere
(tuttavia saranno gli stessi bianchi che non li rispetteranno, in futuro). Il
dipartimento di Sheridan portò a compimento anche la Red River War, la Ute War
e la Black Hills War, che provocarono la morte del suo fido subordinato Custer.
Le incursioni dei nativi proseguirono negli anni settanta del XIX secolo e
finirono ai primi degli anni ottanta, allorché Sheridan divenne il comandante
generale dell'esercito statunitense.[14]
I massacri contro gli indiani
massacro degli indiani
Il generale Sheridan
Precedentemente vi erano state già sanguinose rivolte come nelle grandi
pianure; il numero di Sioux morti nella grande rivolta del 1862 (detta
"guerra di Piccolo Corvo", dal capo che la guidò) rimane non
documentato ma dopo la guerra 303 nativi furono accusati di assassinio e rapina
dai tribunali statunitensi e successivamente condannati a morte. Molte di
queste condanne vennero commutate ma il 26 dicembre 1862 a Mankato, in
Minnesota, si andò a consumare quella che ad oggi rimane la più grande
esecuzione di massa nella storia degli Stati Uniti, con l'impiccagione di 38
Sioux.[15] Nel 1863 i bianchi catturararono il vecchio capo apache Mangas
Coloradas; i soldati lo torturarono, prima di ucciderlo, decapitarlo e
mutilarlo inviando il teschio all'est, al museo Smithsonian; quest'atto era
considerato intollerabile dagli indiani, non solo per l'efferato omicidio, ma
anche perché, nella religione apache, un morto decapitato era costretto a
vagare senza mai trovare la pace.[16][17][18][19] Fu allora che gli apache,
sotto la guida di Cochise, genero del capo ucciso, cominciarono a uccidere e
mutilare i bianchi, prendendo spesso gli scalpi.
Questi fatti furono utili alla propaganda contro i nativi, cosicché la
stragrande maggioranza del popolo appoggiava e partecipava agli stermini dei
"barbari pellerossa", spesso ignorando che le vendette erano state
causate dai crimini precedenti perpretrati dei bianchi. Furono anche messe taglie e premi per chi uccideva più indiani[20][21]
The treachery of Lt. Bascom is still remembered by the Chiricahuas' descendants
today—they remember it as "Cut the Tent."[22]. Era raro che un
guerriero indiano uccidesse donne e bambini dei nemici in guerra, e quando
avveniva era per rappresaglia, mentre spesso i soldati lo facevano per
affrettare l'estinzione delle tribù native. Si diffuse un'ampia letteratura,
fiorente già dal 1700, poi culminata nel cinema western, in cui gli indiani
venivano rappresentati come violenti e malvagi per natura.[23]
Nel 1864, durante la guerra di secessione americana, avvenne una delle
battaglie indiane maggiormente degne di infamia, denominata non a caso il
Massacro di Sand Creek. Una milizia locale, al comando di John Chivington (il
quale sosteneva l'eliminazione dei nativi, e che essi andavano «scalpati tutti,
grandi e piccoli»[24]), attaccò un villaggio cheyenne ed arapaho situato nel
sud-est del Colorado ed uccise e mutilò indistintamente uomini, donne e
bambini. I soldati, molti di loro ubriachi, stuprarono le donne e fecero il
tiro al bersaglio con i bambini. Gli indiani di Sand Creek avevano avuto la
rassicurazione dal governo degli Stati Uniti che avrebbero vissuto
tranquillamente nella loro area, ma ciò che causò il massacro fu il crescente
odio bianco nei confronti dei nativi. Essi avrebbero voluto trattare la pace,
ma i loro ambasciatori, spesso sventolanti la bandiera bianca (tra di essi una
bambina di sei anni, durante la battaglia), furono abbattuti a vista, e
l'accampamento attaccato a tradimento, mentre i guerrieri maschi giovani erano
in gran parte assenti (i 3/4 delle vittime furono vecchi, donne e bambini).
Pochi opposero una resistenza, peraltro inutile.[25] I prigionieri vennero
tutti fucilati, comprese le donne incinte, e pochi furono i superstiti.
Chivington fece prendere gli scalpi di molti nativi, e molti soldati
asportarono parti di organi genitali per usarli come ornamenti[26]; Chivington
farà esibire gli scalpi in pubblico come trofei a Denver.[27] I morti furono
tra 60 e 200 nativi e 24 militari. Vi furono anche alcuni soldati che si rifiutarono
di partecipare al massacro.[4][9][25] I successivi congressi diffusero un
appello pubblico contro altri simili carneficine nei confronti degli indiani,
ma esso non fece presa nel popolo. Gli indiani della zona, tra cui alcuni
superstiti cheyenne, poco inclini a combattere d'inverno e meno bellicosi degli
apache, organizzarono un gruppo di 1600 uomini e reagirono saccheggiando alcuni
villaggi e distruggendo alcune piste, nonché uccidendo molti coloni e
soldati.[9]
Nel 1875 l'ultima vera guerra Sioux scoppiò quando la corsa
all'oro nel Dakota arrivò alle Black Hills (Colline Nere), territorio sacro per
i nativi americani. L'esercito statunitense non precluse ai minatori l'accesso
alle zone di caccia Sioux, ed inoltre quando venne chiamato ad attaccare delle
bande indiane che stavano cacciando nella prateria, come loro concesso dai
precedenti trattati, rispose immediatamente.[4]
Più tardì, nel 1890, nella riserva settentrionale dei
Lakota, a Wounded Knee nel Dakota del Sud, il rituale della "danza degli spiriti"
portò l'esercito a tentare di sottomettere i Lakota. Durante l'assalto vennero
uccisi più di 300 nativi americani, per la maggior parte anziani, donne e
bambini. Alla notizia dell'assassinio di Toro Seduto, che ormai aveva deposto
le armi e lavorava in un circo, la tribù di Miniconjou guidata da Big Foot
(Piede Grosso) partì dall'accampamento sul torrente Cherry per recarsi a Pine
Ridge, sperando nella protezione di Nuvola Rossa.[4] Il 28 dicembre furono
intercettati da quattro squadroni di cavalleria del reggimento agli ordini da
Samuel Whitside, che aveva l'ordine di condurli in un accampamento di
cavalleria sul Wounded Knee. 120 uomini e 230 tra donne e bambini furono
portati sulla riva del torrente, accampati e circondati da due squadroni di cavalleria
e sotto tiro di due mitragliatrici. Il comando delle operazioni fu preso dal
colonnello James Forsyth e l'indomani gli uomini di Piede Grosso, ammalato
gravemente a causa di una polmonite, furono disarmati. Coyote Nero, un giovane
Miniconjou sordo, tardò a deporre la sua carabina Winchester, fu circondato dai
soldati e, mentre deponeva l'arma, partì un colpo a cui seguì un massacro
indiscriminato. Il campo venne falciato dalle mitragliatrici e i morti
accertati furono 153. Secondo una stima successiva, dei 350 Miniconjou
presenti, ne morirono quasi 300.[4]
Venticinque soldati furono uccisi, alcuni probabilmente
vittime accidentali dei loro compagni.[4]
Dopo aver messo in salvo i soldati feriti, un distaccamento
tornò sul campo dove furono raccolti 51 indiani ancora vivi, quattro uomini e
47 tra donne e bambini, presi prigionieri.[4]
Tuttavia, già molto prima di questo evento erano già state
eliminate le basi per la sussistenza sociale delle tribù delle Grandi Pianure,
con lo sterminio quasi completo dei bisonti negli anni 80, dovuto ad una caccia
indiscriminata, spesso effettuata proprio per colpire i nativi, che si
nutrivano dei bisonti cacciati, ma in quantità minori tali da non
estinguerli.[2] Le guerre, che spaziarono dalla colonizzazione europea
dell'America del XVIII secolo fino al massacro di Wounded Knee e alla chiusura
delle frontiere USA nel 1890, risultarono complessivamente nella conquista,
nella decimazione, nell'assimilazione delle nazioni indiane, e nella
deportazione di svariate migliaia di persone nelle riserve indiane. Gli eventi
trattati costituiscono una delle basi della discriminazione razziale su base
etnica, e del problema del razzismo che affliggerà gli USA fin a tutto il XX
secolo.[2]
Morti nelle guerre indiane
La battaglia di Little Bighorn
Soldati presidiano le fosse comuni con i corpi di vittime indiane a Wounded Knee
Basandosi sulle stime di un censimento del 1894, lo studioso
Russel Thornton ha estrapolato alcuni dati essenziali: in particolare, dal 1775
al 1890 almeno 45.000 nativi americani e 19.000 bianchi avrebbero perso la
vita. La stima include anche donne, vecchi e bambini, poiché i non-combattenti
spesso perivano durante gli scontri di frontiera, e la violenza dei
combattimenti non permetteva di risparmiare, né da una parte né dall'altra, le
vite dei civili.[2].
Dopo le guerre, il XX secolo
Calo demografico forzato, emarginazione, segregazione
razziale continuarono negli Stati Uniti e nel Canada nella prima e nella
seconda metà del XX secolo. Progressivamente, a partire dagli anni '60-'70
consapevolezza civile, pacifismo, un crescente movimento originatosi dalle
controculture beat e poi hippy, le lotte per i diritti civili, e soprattutto i
movimenti a favore dei cittadini afroamericani, etnia numericamente rilevante
in seguito allo schiavismo, mutuarono una visione sempre più condivisa da buona
parte della popolazione a favore dei pari diritti di ogni gruppo etnico. I
nativi nordamericani, ormai numericamente esigui, contribuirono alla presa di
coscienza con azioni di protesta e denuncia degli abusi. La cultura mainstream
testimoniò questi cambiamenti nella musica, nella letteratura, nel cinema, ad
esempio traslando dal film western classico sullo stile di sentieri selvaggi al
western revisionista sullo stile di soldato blu, uno dei primi western a
schierarsi dalla parte degli Indiani d'America non più descritti come selvaggi
sanguinari destinati alla sottomissione o allo sterminio. In Canada emersero i
fatti relativi alle scuole residenziali indiane, celebrità e storici
nordamericani sposarono la causa dei nativi con azioni di rilevanza pubblica.
Sterilizzazione
Una parte degli indiani verrà decimata ancora con la
sterilizzazione, spesso coatta, attuata con l'inganno o le minacce, che
coinvolgerà 85.000 uomini e donne nativi.[28]
Le riserve
La maggior parte degli indiani sopravvissuti visse poi nelle
riserve indiane (inizialmente veri campi di concentramento, poi ghetti e luoghi
di residenza), dove poterono mantenere i loro costumi, anche se molti si
trasferirono nelle città, ma ben pochi ricoprirono ruoli importanti, perlomeno
fino a tempi moderni. Theodore Roosevelt diede un simbolico riconoscimento a
Geronimo, permettendo all'anziano capo di cavalcare in abiti tribali durante la
parata inauguarale del suo mandato presidenziale (1905).[29] Nel 1924 i nativi
furono autorizzati a integrarsi e venne loro concesso il diritto di voto, anche
se furono soggetti ancora alla segregazione razziale che colpì anche i neri e
tutti i non bianchi fino alla firma del Civil Rights Act del 1964 da parte del
Presidente Lyndon Johnson, in cui furono rimosse le leggi razziste e
anticostituzionali dei singoli stati.
L'emarginazione e le proteste
Si sono anche avute numerose proteste dalla metà del XX
secolo in poi, da parte dei nativi e dei loro simpatizzanti, per il mancato
rispetto dei trattati e delle loro richieste politiche e sociali, come
l'occupazione di Wounded Knee nel 1973 e la simbolica marcia su Washington.
Sempre nel 1973, l'attore Marlon Brando, sostenitore della causa dei nativi,
rifiutò di ritirare il premio Oscar ricevuto per la sua interpretazione de Il
padrino in segno di protesta, mandando al suo posto una giovane attivista di
origine apache, Sacheen-Littlefeather ("Piccola Piuma")[30], che
lesse un comunicato dell'attore.[31]
Nel 1980 gli Oglala/Sioux ottennero 100 milioni di dollari
per la perdita del territorio delle Black Hills ma i risarcimenti furono rari;
talvolta alcuni gruppi di nativi ebbero l'uso di terre, un tempo a loro
appartenute, in maniera esclusiva e la licenza per aprire i cosiddetti
"casinò indiani".[32]
Nel 2007 alcuni Lakota/Sioux, appartenenti ad una frangia
minoritaria dell'American Indian Movement e guidati da Russell Means, hanno
chiesto la secessione della loro "nazione", comprendente cinque stati
federati, dagli Stati Uniti. Tra i motivi della protesta anche il fatto che nella
loro comunità vi sarebbero condizioni di vita nettamente inferiori rispetto a
bianchi, ispanici e anche molti afroamericani: vi è infatti un'alta percentuale
di suicidi tra gli adolescenti, di 150 volte superiore a quella statunitense,
una mortalità infantile cinque volte più alta e una disoccupazione che tocca
cifre altissime; sono inoltre molto diffusi la povertà, l'alcolismo e la
tossicodipendenza, nonostante i programmi governativi volti - almeno
formalmente - a tutelare i nativi varati nel corso degli anni. In seguito a
questa azione politica e dichiaratamente nonviolenta, è stata proclamata la
nascita di uno Stato non riconosciuto, la Repubblica Lakota.[33]
La segregazione razziale negli Stati Uniti riguardò sia
nativi sia afroamericani che altre minoranze per lungo tempo, e anche molti che
si pronunciavano contro (come Teddy Roosevelt) ne erano sostenitori in pratica;
furono emanate leggi razziali molto severe in alcuni stati del sud, che
precorsero quelle della Germania nazista, escludendo i meticci anche di quarta
o quinta generazione (proprio come accadeva ai mulatti) dalla comunità bianca,
previa analisi genealogica:
« Ad accomunare le due situazioni è in ogni caso la violenza
dell'ideologia razzista. Theodore Roosevelt può tranquillamente essere
accostato a Hitler. Al di là delle singole personalità conviene non perdere di
vista il quadro generale: "Gli sforzi per preservare la purezza della
razza nel Sud degli Stati Uniti anticipavano alcuni aspetti della persecuzione
scatenata dal regime nazista contro gli ebrei negli anni trenta del
Novecento". Se poi si tiene presente la regola per cui nel Sud degli Stati
Uniti bastava una sola goccia di sangue impuro per essere esclusi dalla
comunità bianca, una conclusione si impone: "La definizione nazista di un
ebreo non fu mai così rigida come la norma definita the one drop rule,
prevalente nella classificazione dei neri nelle leggi sulla purezza della razza
nel Sud degli Stati Uniti". »
Metodi e cause dello sterminio in breve
I colonizzatori utilizzarono diversi metodi di eliminazione
dei nativi e della loro cultura e altresì molte furono le cause[4]:
pulizia etnica e spostamento dalle loro terre
distruzione dell'habitat
caccia intensiva ai bisonti, fonte di sostentamento dei
nativi del Nordamerica
riduzione in schiavitù e sterminio attraverso il lavoro
strage volontaria
provocare ad arte scontri fra tribù ed etnie (divide et
impera)
malattie nuove diffuse accidentalmente (contro cui i nativi
non avevano anticorpi)
diffusione volontaria del vaiolo come arma biologica,
regalando agli indiani coperte e cuscini infetti e offrendo loro banchetti con
cibo contaminato; una volta diffuso, la mortalità tra i nativi era del 90 % dei
colpiti[34]
sterilizzazione forzata o attuata con l'inganno
atti di provocazione, sacrilegio e oltraggio, anche
violenti, a membri della tribù (in modo da provocare appositamente la reazione
violenta degli indiani, a causa del loro codice d'onore tribale), per poterli
così perseguitare "con giustizia e ragione" (e giustificare la violenza
contro di loro come "repressione di popoli barbari e bestiali")
guerre aperte, con l'uso delle tecnologie più moderne, come
le mitragliatrici
omicidi mirati di capi carismatici e uccisioni deliberate di
bambini indiani catturati
diffusione deliberata dell'alcolismo o droghe tra i nativi
marce forzate di trasferimento attuate sotto la neve e il
freddo
Le cifre e i documenti
dello sterminio e dell'etnocidio
Edward Sheriff Curtis, uno dei maggiori fotografi statunitensi estoriografo per immagini della cultura dei nativi americani, durante una spedizione
Quanti fossero i nativi prima della colonizzazione europea
delle Americhe è difficile da stabilire: le cifre dell'entità dello sterminio
sono ancora al centro di un ampio dibattito storiografico. Secondo le ultime
ricostruzioni si tratterebbe del 90% della popolazione indigena morta in meno
di un secolo.
Secondo quanto afferma lo studioso David Carrasco: «Gli
storici sono stati in grado di stimare con una certa plausibilità che nel 1500
circa 80 milioni di abitanti occupavano il Nuovo Mondo. Nel 1550 solo 10
milioni di indigeni sopravvivevano. In Messico vi erano circa 25 milioni di
persone nel 1500. Nel 1600 solo un milione di indigeni mesoamericani erano
ancora vivi»[35]
Le cause di una tragedia di così ampie dimensioni sono
molteplici: gli stermini perpetrati dagli invasori, le guerre intestine sovente
aizzate da questi ultimi per rendere più facile la conquista con la politica
del divide et impera, le nuove malattie, i lavori forzati in stato di
semi-schiavitù e non ultimo il senso di smarrimento e di perdita di senso
dovuto all'annientamento della loro fede e delle loro tradizioni che portarono
talvolta a suicidi di massa.
La colonizzazione del Nord e del Sud America presenta delle
differenze: i conquistadores spagnoli erano prevalentemente degli avventurieri
o degli sbandati che non avevano trovato fortuna in patria. Alcuni praticarono
lo stupro sistematico ma i più si unirono con donne indigene di rango superiore
e diedero origine alla numerosa popolazione di meticci (mestizos) del Centro e
Sud America. Al contrario, gli inglesi arrivavano nel Nuovo Mondo già
organizzati in nuclei familiari e questo non favorì l'integrazione della
popolazione.
Una tattica comune a tutti gli invasori fu la denigrazione
dell'avversario: i nativi furono descritti come esseri bestiali, dediti alle
più turpi attività, seguaci del demonio e privi di qualsiasi elemento
culturale. Queste idee trovarono terreno fertile negli uomini dell'epoca e
furono un motore formidabile di motivazione per i conquistadores e le potenze
coloniali. Specialmente i sacrifici umani provocavano un profondo disgusto che
giustificava ai loro occhi lo sterminio di quelle civiltà. D'altra parte si
sottovalutavano le peculiarità culturali e materiali delle civiltà e dei popoli
incontrati.
Alcuni studiosi ritengono che ci furono numerosi tentativi
di occultamento, quasi fino a giorni nostri, di gran parte dei documenti
prodotti dai nativi e in alcuni casi persino delle rovine archeologiche.
Fu proprio questo, ad esempio, il destino del resoconto del
cronista indigeno quechua Guamán Poma de Ayala. Nella sua Primer nueva corónica
y buen gobierno, lettera di protesta indirizzata al re Filippo III di Spagna,
ripercorre la storia del suo popolo e si lamenta per il destino attuale. Guamán
Poma si ritiene testimone oculare dell'ultimo pachacuti, la distruzione che
avviene alla fine di ogni ciclo cosmico secondo la mitologia quechua.
Il cronista descrive lo stato di caos e le atrocità subite
dal suo popolo e sollecita il re ad intervenire per ristabilire una situazione
di buen gobierno. Per centinaia di anni di questo straordinario libro non si è
saputo nulla, finché l'opera non è stata ritrovata in un archivio a Copenaghen
nel XX secolo[36].
Sorte analoga dovette affrontare il cosiddetto Codice
Fiorentino, cioè l'ultima redazione, l'unica bilingue (spagnolo e nahuatl)
della Historia universal de las cosas de Nueva España, scritta da fra
Bernardino de Sahagún.
La tattica dell'occultamento e della sistematica umiliazione
si è rivelata relativamente semplice con le culture del Nord America perché si
presentavano essenzialmente come popolazioni con tradizioni orali e con modi di
vita che prevedevano spostamenti pendolari[37] in seguito ai movimenti delle
mandrie da cacciare.