DIFENDI LE TUE IDEE

DIFENDI LE TUE IDEE

venerdì 29 luglio 2016

RACCOLTA DIFFERENZIATA : FONTI BATTERICHE IN CASA.


                   Immagini di soluzioni intelligenti




                    

Oggi vogliamo prendere in esame il problema della raccolta differenziata di cui nessuno si occupa.
Molti parlano di un sistema ecologico importante e da incrementare, sicuramente è uno dei pochi di nostra conoscenza che può aiutare l’ottimizzazione del sistema dei rifiuti, ottimizzazione anche da un punto di vista economico per le società municipalizzate che applicano il sistema, in quanto fanno fare il lavoro di differenziazione direttamente ai cittadini e poi si vendono la materia prima; molti a questo punto pensano che si dovrebbe abbattere il costo pro capite sui rifiuti, invece arriva la beffa : il costo dei rifiuti aumenta per le famiglie e le imprese italiane, addirittura alcuni Comuni applicano una sanzione per chi produce una quantità di differenziato inferiore a quello che sono i loro parametri, dimostrazione che ci guadagnano e molto, facendo risaltare ancora di più l’incongruenza dell’aumento della spazzatura. Non solo, molte città fra cui Prato, applicano la differenziata con raccolta giornaliera diversa per tipologia di rifiuto, Lunedì magari la plastica, Martedì il cartone e così via…. Qui si annida un altro problema di pertinenza dei NAS, in città grandi pieni di condomini anche privi di terrazzo, in particolare nei centri storici, i cittadini devono tenere in casa i rifiuti che come ben si conosce sono una fonte batterica sicuramente dannosa per la salute dei cittadini, senza considerare le famiglie con minori o anziani, più inclini al contagio; gradiremmo delle verifiche, da parte delle autorità preposte, a campione presso abitazioni prive di balcone , per vedere il grado di contagio dei rifiuti. Da quello che sono le nostre informazioni il pericolo può esserci dopo le 48 ore di presenza di una fonte batterica, in ogni caso da monitorare continuamente.
Quali potrebbero essere i rimedi ? Sicuramente il più efficace sarebbe quello di mettere dei cassonetti di raccolta differenziata esterna, con un codice per ogni famiglia, azienda o singolo che abita nella zona , in modo che l’uso sia personalizzato e controllato, oltre chiaramente ad abbassare notevolmente il costo della spazzatura sia per le famiglie che per le imprese.

Sebastiano Campo


giovedì 28 luglio 2016

SOLO VENTI SENATORI PRESENTI A PARLARE DEL PROBLEMA TERRORISMO

Questo articolo è emblematico sul grado di intelligenza del nostro Ministro degli Interni, continua a dire e fare quello che ad oggi si è dimostrato fallimentare nella gestione della comunità islamica in Italia: la fortuna di non aver avuto ad oggi attentati non è merito del Governo, ma la certificazione che siamo utili idioti per questi signori, parlo del fatto che siamo l’unico Paese che paga i riscatti e funge da via di transito; anche l’attentatore di Nizza è passato da noi ed era presente ad una manifestazione antirazziale della sinistra italiana . Ma quello che risalta è il vergognoso comportamento dei Parlamentari del Senato della Repubblica che in una giornata dove si parlava di un importante problema della nostra storia contemporanea, erano presenti in venti su oltre trecento nei banchi dell’aula. E’ l’ennesima dimostrazione di quanto poco valgono i personaggi che gli italiani hanno si sono ritrovati sugli scranni parlamentari.
Sebastiano Campo


Terrorismo, ministro Alfano in Senato (deserto): “Da gennaio 2015 espulse 102 persone, 8 erano imam”



Il titolare dell'Interno, davanti a una ventina di parlamentari, ha annunciato il rimpatrio di due marocchini considerati pericolosi per la sicurezza nazionale. Alla comunità islamica italiana: "Basta con gli imam fai da te. Serve tracciabiltà sui finanziamenti alle mosche, dove bisogna arrivare alla preghiera in italiano"
di F. Q. | 28 luglio 2016
“Sono 102 soggetti evidenziati per radicalizzaione o sostegno ideologico al jihad da me espulsi” dall’Italia dal primo gennaio 2015, “otto erano imam“. A dirlo è Angelino Alfano in un’Aula del Senato deserta, davanti ad appena venti parlamentari. Durante il question time il ministro dell’Interno annuncia che ieri due marocchini ritenuti pericolose per la sicurezza nazionale sono stati raggiunti da un provvedimento di rimpatrio del Viminale. Si tratta di un giovane di 25 anni, denunciato il 12 luglio scorso per aver scaraventato un crocefisso di legno del ‘700 a terra causando la rottura di un braccio, nella chiesa di San Geremia, a Venezia, dove sono anche custodite le spoglie di Santa Lucia. L’altro è un uomo di 67 anni che aveva fatto irruzione in una chiesa a Cles, in Trentino, urlando insulti contro la religione cattolica.
Poi Alfano loda l’efficienza della legislazione italiana in materia di terrorismo, che compensa le falle europee. Perché se è vero che “l’approccio divisivo dell’Europa” indebolisce la guerra contro l’Isis e i suoi lupi solitari, è anche vero – secondo il ministro – che l’Italia può contare su “una legislazione all’avanguardia, che deriva dalle direttive dell’Onu, dell’Unione Europea” e dai principi dell’ordinamento italiano segnato dal contrasto alla criminalità organizzata e al terrorismo. Poi entra nel dettaglio sull’azione di prevenzione e contrasto delle forze dell’ordine. Finora ci sono stati controlli su oltre 160mila persone sospette, 549 arresti, 884 indagati e 2859 perquisizioni su soggetti pericolosi, 346 controlli su navi.

Ma oltre ai controlli e all’azione repressiva, per il ministro è indispensabile la collaborazione con la comunità islamica affinché isoli e segnali le persone che iniziano pericolosi percorsi di radicalizzazione. “Nel rapporto con i musulmani italiani come governo abbiamo adottato una linea che riteniamo giusta e utile: separare sempre chi prega da chi spara”. Per questo “otto imam sono stati espulsi perché noi riconosciamo il diritto alla preghiera, per la nostra Costituzione è un diritto naturale, ma se tu inneggi alla violenza, se fai una predicazione anche antisemita, tu vai fuori perché non è una predicazione ma un inneggiare alla violenza incompatibile con i valori della nostra Costituzione e delle nostre leggi”.

“Altra cosa – dice il titolare del Viminale – è il ragionamento sulle moschee. Stiamo lavorando alla costituzione di un Consiglio per le relazioni con l’islam, con esperti di mondo arabo e islam anche italiani, e abbiamo incontrato i vertici delle comunità musulmane in Italia”. “Dopo che il Consiglio ci ha fatto una proposta – continua – li abbiamo fatti incontrare sotto la mia presidenza al Viminale. Ne è venuta fuori l’ipotesi della realizzazione di un modello italiano di islam, che non significa entrare nella dottrina di fede, ma significa ‘basta imam fai da te‘, stop agli imam che arrivano in Italia avendo avuto una formazione radicale”, quindi “predicazione in italiano e lavoriamo per qualcosa che sia condiviso dalle comunità musulmane al fine di tracciare sempre di più i finanziamenti delle moschee. Anche perché – sottolinea – non conviene far sentire un milione e 600mila musulmani fuori dalla comunità nazionale, cosa che alimenta un clima di odio che è l’humus per atti violenti”.

I nuovi provvedimenti del Viminale arrivano a poche ore di distanza dal rimpatrio dell’imam marocchino di 51 anni (leggi), Mohammed Madad, residente fino a 6 mesi fa in provincia di Reggio Emilia e di recente vicino a Vicenza. L’espulsione è stata decisa per motivi di ordine pubblico e sicurezza, visto che ultimamente i suoi sermoni a Noventa Vicentina avrebbero assunto toni sempre più anti occidentali. Il sospetto degli investigatori è che l’imam potesse agevolare il terrorismo internazionale. Sempre ieri, la polizia di Savona ha arrestato due marocchini e ne hanno denunciato un terzo. Tutti e tre hanno precedenti penali per spaccio di sostanze stupefacenti, lesioni personali e in materia di falso. Secondo gli inquirenti facevano proselitismo per lo Stato islamico (leggi).


mercoledì 27 luglio 2016

TERRORISMO TUTTI AVEVANO UN PASSATO CRIMINALE

Come avevo già espresso nell’articolo del giorno 19 Luglio c.a., la somma fra l’odio che già nutrono verso di noi e la situazione di difficoltà economica e di benessere che si affievolisce sempre più , portano a favorire il reclutamento di soggetti come questi , che nelle difficoltà della vita trovano la via di  sfogo con questi attentati atte a minare il nostro stile di vita, oltre la perdita di vite umane innocenti.
Sebastiano Campo





Quasi tutti cittadini europei, molti giovanissimi e comunque under 35, la maggior parte già denunciati o arrestati o anche segnalati dalle forze dell'ordine o dall'intelligene, alcuni con gravi problemi psichici. L'11 settembre continuo che sta vivendo il cuore dell'Europa in queste settimane ha un minimo comun denominatore: i massacratori che vestivano le divise di Isis o che Daesh ha dichiarato fossero suoi soldati erano uomini con un passato criminale
di F. Q. | 27 luglio 2016

Quasi tutti cittadini europei, molti giovanissimi e comunque under 35, la maggior parte già denunciati o arrestati o anche segnalati dalle forze dell’ordine o dall’intelligene, alcuni con gravi problemi psichici. L’11 settembre continuo che sta vivendo il cuore dell’Europa in queste settimane ha un minimo comun denominatore: i massacratori che vestivano le divise di Al Qaeda o Isis e che Daesh ha dichiarato fossero suoi soldati erano uomini con un passato criminale. Fatto di furti o rapine, violenze domestiche, armi o traffico di droga, ma comunque “noti” alle forze dell’ordine e a volte anche ai servizi segreti. Poi la radicalizzazione – a volte last minute – il giuramento di fedeltà al Corano di Abu Bakr Al Baghdadi e la risposta agli appelli di Abu Muhammad al-Adnani. Alcuni di loro sono stati in carcere ed è anche dietro le sbarre che inizia il percorso verso il martirio loro e la strage di tanti innocenti. Come i bambini spazzati via sulla Promenade des Anglais a Nizza.

Charlie Hebdo: i fratelli Kouachi
7 gennaio 2015. Cherif e Said Kouachi sono i due fratelli franco-algerini di 32 e 34 anni che attaccano 
la sede del giornale satiricoCharlie Hebdo falciando 12 persone. Nati in Francia, rimasti presto orfani e dati in affidamento, si legano al mondo dell’Islam radicale. Il più giovane era stato arrestato nel 2008 e condannato a 3 anni perché componente di un gruppo che inviava combattenti in Iraq. Entrambi erano stati in Siria ad addestrarsi.

Hyper kosher a Vincennes: Amedy Coulibaly


9 gennaio 2015. Aveva un passato da criminale comune prima di convertirsi all’Islam radicale e al anche jihad Amedy Coulibaly, 32 anni, il sequestratore del negozio kosher di Parigiucciso nel blitz costato la vita a quattro ostaggi. “Sono dello Stato islamico” disse al giornalista della tv francese che lo chiamò. Originario diJuvisy-sur-Orge, un piccolo comune a sud di Parigi, Coulibaly già da adolescente colleziona una serie di condanne. Poi nel 2005 l’incontro con Cherif Kouachi. Nel 2010 viene arrestatodall’antiterrorismo e viene scarcerato nel 2014. Isis rivendicò l’attentato pubblicando un video.
Copenaghen: Omar Abdel Hamid el Hussein
Era nato in Danimarca da genitori palestinesi, fuggiti da un campo profughi, Omar Abdel Hamid el Hussein, il giovane di 22 anni 
autore di due attentati a Copenaghen. Era noto all’intelligence per il suo passato di violenze e attività legate al possesso di armi. Il ragazzo era uscito di carcere appena due settimane prima. Sulla foto profilo di Facebook aveva un lupo e i testimoni, al momento dell’attacco, lo avevano sentito gridare Allak Akbar. Non aveva viaggiato in zona di guerra e probabilmente era stato ispirato dai fatti di Parigi.
Bataclan e Stade de France: Abdelhamid Abaaoud e i suoi “fratelli”


13 novembre 2015. Attacchi simultanei, sparatorie e kamikaze in azione a Parigi. Abdelhamid Abaaoud 27 anni, belga,poi ucciso nel blitz a Saint Denis, è la “mente” degli attacchi. Viveva aMolenbeek, a Bruxelles poi colpita da più attacchi, ed era considerato membro della cellula di Verviers, prima della fuga in Siria. Anche lui appariva in molti dossier di criminalità comune per fatti commessi a Bruxelles tra il 2010 e il 2011. Salah Abdeslam, è stato il ricercato numero uno per mesi: 26 anni, cittadino belga con genitori marocchini, era un irrequieto con precedenti di polizia prima di radicalizzarsi. Omar Ismail Mostefai, 29 anni, cittadino francese, piccoli precedenti penali, è morto al Bataclan, ucciso dalla polizia. Probabilmente dalla Turchia era riuscito a raggiungere la Siria nel 2013 prima di ritornare in Francia. Samy Aminour, 28 anni, cittadino francese, si è fatto esplodere nel teatro. Viveva vicino a Parigi. Era sotto osservazione da parte dei servizi francesi e classificato con la “S” che contraddistingue gli estremisti. Era stato in Siria. Brahnim Abdeslam, 31 anni, fratello di Salah, morto da kamikaze. Anche lui appariva in molti fascicoli della polizia come associato ad Abdelhamid Abaaoud. Bilal Hadfi, 20 anni, cittadino francese residente in Belgio. Per gli inquirenti aveva combattuto con l’Isis in Siria. Saltato in aria fuori dallo Stade de France. L’unico non cittadino europeo era un siriano chiamato “Ahmad al-Mohammad“, 25 anni, di Idlib. Gli inquirenti francesi avevano affermato che le sue impronte digitali e la foto erano state registrate sull’isola di Leros dalle autorità greche dove figurava come richiedente asilo.
Bruxelles: i fratelli el Bakraoui e Najim Laachraoui
È il 23 marzo 2016 Bruxelles piomba nel caos. Tutti e tre belgi i responsabili. Najim Laachraoui, 25 anni, si era addestrato in Siria nel 2013 ed è accusato di essere uno dei responsabili della logistica degli attentati di Parigi del 13 novembre. Khalid e Ibrahim el Bakraoui sono due fratelli nati a Bruxelles: uno si è fatto esplodere all’aeroporto Zaventem, l’altro è il kamikaze della metropolitana Maelbeek. Entrambi erano noti alle forze dell’ordine e risultavano già ricercati nell’ambito dell’inchiesta sugli attentati del 13 novembre. Khalid era stato condannato a cinque anni di carcere nel 2011 per furto di auto. Ibrahim, 30 anni, era stato condannato a nove anni per aver sparato contro la polizia durante una rapina a Bruxelles nel 2010.
La strage di Nizza: Mohamed Lahouaiej Bouhlel


“Solitario” e “silenzioso”, “non particolarmente religioso”. Mohamed Lahouaiej Bouhlel era emigrato di origine tunisina ed era padre di tre bambini. Aveva avuto problemi economici e a marzo era stato condannato per un  diverbio. L’uomo aveva precedenti di polizia anche se non era noto ai servizi. Residente a Nizza, era nato il 3 gennaio 1985 a Msaken, a una decina di chilometri a sud di Sousse, teatro la scorsa estate della strage sulla spiaggia affollata di turisti. Guidando il camion che ha falciato 84 persone gridava “Allah Akbar”. Isis ha rivendicato.
Il treno Baviera: Muhammad Ryad
Era originario dell’Afghanistan e aveva 17 anni Muhammad Ryad. Voleva vendicare un amico morto in Afghanistan uccidendo “infedeli” e su un treno da Treuchtlingen a Wurzburg ha usato un’ascia per ferire tre persone. In un video testamento l’intenzione di eseguire un attentato suicida. Durante l’attacco il ragazzo, che era un richiedente asilo, ha urlato “Allah akbar“. Anche in questo casoIsis ha rivendicato.
Ansabach: Mohammed Delel
Mohammed Delel, 27 anni, richiedente asilo siriano con problemi psichiatrici, aveva giurato fedeltà al sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi in un video trovato nel suo cellulare, e aveva promesso di compiere una strage per vendetta contro la Germania “nel nome dell’Islam“ e così si è presentato con uno zainetto esplosivo  al festival musicale di Ansbach. Il 27enne aveva già ricevuto due notifiche per l’estradizione in Bulgaria e l’ultima era arrivata lo scorso 13 luglio. 

Rouen: Adel Khermiche
Adel Khermiche, 
uno dei due boia che hanno fatto irruzione durante la messa, era invece nato a Rouen 19 anni fa e nel giro di tre mesi si era radicalizzato anche se aveva cominciato a pensare al jihad dopo la starge di Charlie Hebdo. Il giovane aveva già provato due volte ad andare in Siria, prima nel marzo 2015 e poi di nuovo tre mesi dopo, nel maggio 2015, quando era stato arrestato e posto sotto controllo giudiziario. Dopo dieci mesi di carcere, è stato nuovamente posto sotto controllo giudiziario, con gli arresti domiciliari controllati con braccialetto elettronico il 18 marzo 2016.

venerdì 22 luglio 2016

QUANTO COSTA AVER BARATTATO L’IDENTITÀ con la GLOBALITÀ...

Ho ripreso questo articolo da una delle migliori  menti, se non  la migliore, della Destra Italiana.
In questa scrittura sintetizza in maniera perfetta il fallimento del progetto Europa.
Sebastiano  Campo


QUANTO COSTA AVER BARATTATO L’IDENTITÀ con la GLOBALITÀ...


"L’Europa è incapace di proteggerci rispetto all’esterno; è divisa rispetto alle crisi internazionali e mediterranee; non è in grado di sfidare l’egemonia statunitense, di arginare l’offensiva commerciale cinese, di frenare la minaccia islamica, di arginare e regolare i flussi migratori con una politica unitaria; è priva di una sua forza militare unita, è senza governi politici eletti dai cittadini, magari dopo un referendum costitutivo del sovrano popolo europeo, dimentica le sue radici, la sua identità e la sua civiltà, disconosce la sua matrice mediterranea.
Evanescente all’esterno, l’ue è oppressiva al suo interno con i diktat agli Stati, i rigidi parametri e le tirannie tecno-finanziarie; è ferocemente astratta, come la finanza speculativa, preoccupata degli assetti contabili e non della vita reale dei popoli e delle famiglie. Il razzismo imperante si chiama rating, come le omonime agenzie. C’erano due modi di fare l’Europa: uno era concepirla come integrazione delle patrie e degli Stati nazionali, l’altra era intenderla come dis-integrazione delle patrie. Si scelse la seconda via e questi sono i risultati. Quanto costa aver barattato l’identità con la globalità... - Lettera agli italiani ‪#‎LetteraAgliItalianii

Marcello Veneziani

L'INCONSISTENZA DELLA CLASSE POLITICA

Oggi si legge sul quotidiano “Il Tirreno” che il progetto di allargamento del pezzo di declassata della zona Soccorso non è ancora pronto, addirittura si vocifera che non è nemmeno iniziato.
I cittadini pratesi e i pendolari delle zone pistoiesi e fiorentini dovranno patire quel pezzo di strada ancora per molto tempo, se in effetti ancora il progetto è in divenire sicuramente non vedrà la luce in questa legislatura e l’allargamento rimarrà un sogno nel cassetto. Considerando che l’attuale Sindaco ne aveva fatto un cavallo di battaglia per la sua elezione credo che dovrà prendere atto del fallimento, sicuramente l’assessore Barberis dovrebbe rassegnare le dimissioni per incapacità progettuale.
Se il vecchio progetto della Giunta precedente non veniva bloccato, oltretutto i lavori erano già partiti, oggi avremmo l’allargamento di quel pezzo di strada e i cittadini soffrirebbero meno il traffico, soprattutto nelle ore di punta.

E’ l’ennesima dimostrazione che la Politica Pratese e Italiana in genere è povera di classe dirigente adeguata.

Sebastiano Campo

mercoledì 20 luglio 2016

CONDANNATO L'EX DEPUTATO PD GENOVESE

Oggi l’ex deputato PD, ora in Forza Italia con suo cognato Franco Rinaldi (anche lui ex PD e imputato), è stato condannato a 11  anni di carcere; quello che risalta agli occhi è il fatto che anche questo soggetto era uomo di Veltroni, come il sig. Odevaine, sotto processo per Mafia Capitale e la gestione del cara di Mineo. Beh ! Forse l’ex Segretario del PD non aveva ……molto fiuto nello scegliere i  collaboratori….oppure………..lascio a Voi l’ultima considerazione….

Sebastiano Campo


Francantonio Genovese, chiesti 11 anni di carcere per ex deputato Pd: “Sottratte enormi risorse ai cittadini”


L'attuale esponente di Forza Italia, per il quale la Camera aveva dato il via libera all'arresto nel maggio 2014, è imputato per associazione per delinquere, riciclaggio, peculato, frode fiscale e truffa. Il pm Ardita: "Illeciti commessi con una rete estesa e preoccupante di complicità"
di F. Q. | 20 luglio 2016

Undici anni di reclusione e 15mila euro di multa. È la richiesta di pena avanzata dal procura di Messina nei confronti di Francantonio Genovese, ex parlamentare del Pd poi passato in Forza Italia. Davanti alla prima sezione penale del tribunale di Messina, infatti, si è conclusa oggi la requisitoria del procuratore aggiunto Sebastiano Ardita, nel processo che vede Genovese accusato di associazione per delinquere, riciclaggio, peculato, frode fiscale e truffa. Si tratta del procedimento  scaturito dall’inchiesta “Corsi d’oro“, che aveva portato alla scoperta di una mega truffa alla Regione Siciliana sulla formazione professionale.

L’arresto di Genovese era stato ordinato dal gip di Messina nel marzo del 2014,  autorizzato poi dalla Camera dei deputati nel maggio successivo. E oggi nella sua requisitoria Ardita ha sottolineato la “gravità dei reati, sia per le responsabilità pubbliche di chi li commette, sia perché sottraggono importate risorse in un settore strategico e vitale come la formazione professionale, con tanti giovani in cerca di lavoro”, creando “effetti sociali e danni” che sono “immaginabili in una Sicilia martoriata dal disagio, dalla disoccupazione e dalla alternative illecite al lavoro negato”.
“Questi illeciti – ha continuato il pm – sono stati commessi con una rete estesa e preoccupante di complicità“, sottolineando “la condizione di privilegio di quanti si sono arricchiti con facilità, attraverso coperture, complicità e forza istituzionale, a dispetto delle difficoltà nella quali si dibattono i normali cittadini a cui quelle risorse sono state sottratte”. L’accusa ha anche chiesto di condannare a sei anni di reclusione le sorelle Chiara e Elena Schirò: la prima è la moglie di Genovese, mentre la seconda è sposata con Franco Rinaldi, deputato regionale del Pd transitato anche lui in Forza Italia, a sua volta imputato. Per quest’ultimo la pubblica accusa ha avanzato una richiesta pari a cinque anni e sei mesi di reclusione.


Il pm Ardita ha poi chiesto l’assoluzione dal reato di associazione per delinquere nei confronti una terza sorella Schirò, Giovanna, per la quale ha sollecitato la condanna a un anno e otto mesi di reclusione per le altre ipotesi d’accusa. Stessa assoluzione è stata chiesta per Salvatore Natoli, per il quale ha chiesto la condanna a 4 anni per altri reati. Alla sbarra ci sono poi altre 19 persone, per i quali l’accusa ha chiesto condanne comprese tra un anno e otto mesi a sette anni di reclusione. Genovese, scelto da Walter Veltroni come primo segretario del Pd in Sicilia, ha trascorso 19 mesi agli arresti (tra carcere e domiciliari) prima di tornare libero e abbandonare dunque il partito di Matteo Renzi, traslocando – insieme ad una folta “corte”di deputati, consiglieri comunali e raccoglitori di preferenze porta a porta – nel partito di Silvio Berlusconi.

martedì 19 luglio 2016

ONORE AD UN GRANDE UOMO E LA SUA SCORTA

ONORE AD UN GRANDE UOMO E LA SUA SCORTA




19 luglio 1992, in via Mariano d'Amelio a Palermo, persero la vita il magistrato italiano Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

ASSASSINI GESTISCONO LA POLITICA DEI POPOLI OCCIDENTALI E MEDIORIENTALI

ASSASSINI GESTISCONO LA POLITICA DEI POPOLI OCCIDENTALI E MEDIORIENTALI


In riferimento ai fatti di Nizza, urge una considerazione di rapporti fra i Popoli occidentali e i popoli mediorientali .
Indubbiamente gli Arabi musulmani non ci amano per diversi motivi, dal motivo che ci considerano usurpatori delle loro ricchezze perpetrati al fianco degli USA, al fatto che abbiamo con la forza assegnato un pezzo del territorio Arabo/Palestinese agli Ebrei sempre al fianco degli USA, permettendo la nascita del nuovo stato di Israele, considerando anche le guerre che sono state innescate nei loro territori in nome di una Democrazia da esportare, anche con la forza ancora al fianco degli USA, per il bene del…..Mondo …….!?
I Burattinai occidentali, non faccio riferimento ai Politici ( quelli sono solo i burattini ) , continuano a perpetrare i loro errori (interessi?), più o meno voluti, continuando a far entrare nel continente Europeo, in particolare in Italia, molti cittadini dell’area Mediorientale, ma questo alimenta uno scontro sociale fra poveri causato principalmente da agevolazioni dati ai “migranti” ed al netto iniquo trattamento riservato ai cittadini locali, con esiti sicuramente drammatici per la pace sociale, sopratutto in termini di vite umane, anche se fortunatamente nel nostro Paese non è ancora accaduto alcun attentato, però abbiamo avuto molte vittime legate al Terrorismo Islamico, vedi Nizza e Dacca.

Questo porta a fatti come quelli di Nizza, dove la somma fra l’odio che già nutrono verso di noi e la situazione di difficoltà economica e di benessere che si affievolisce sempre più , portano a favorire il reclutamento di soggetti come quel neo camionista musulmano che ha mietuto vittime sul lungomare della città francese, forse, come dicono i telegiornali, dietro ampio compenso (si parla di una cifra tra gli 80.000 ed i 100.000 euro) giunto ai propri familiari.

venerdì 15 luglio 2016

UN'ALTRA FOLLE STRAGE IN TERRA DI FRANCIA

Oggi parlare e descrivere una mattanza di questa portata è molto difficile, l’unica cosa che risalta e fa pensare è quella che molto probabilmente si tratta di un emulatore, un pazzo che in nome di un suo Dio ha compiuto una strage…..Forse qualche risposta va cercata nella situazione socioeconomica francese, che molto probabilmente non ha gli anticorpi necessari per circuire ed eliminare soggetti folli come questo personaggio. Vediamo se nel proseguo della giornata possiamo avere notizie più compiute per un’analisi più chiara della strage.
Sebastiano Campo


MONDO LA STRAGE NIZZA. NEL CAMION ARMI FINTE E IL DOCUMENTO DELL'AUTISTA, FRANCESE DI ORIGINI
TUNISINE DI 31 ANNI


Il guidatore del camion "era noto alla polizia per violenze, uso di armi, ma nessun fatto legato al terrorismo" –

15 luglio 2016 Le armi di grosso calibro ritrovate nel camion che ieri sera si è scagliato sulla folla a Nizza, uccidendo almeno 80 persone, erano "fittizie", e la granata "non operativa". Lo rivela la rete all news i-Telé, citando fonti vicine alle indagini. All'interno del camion trovato il documento d'identità dell'autista, sarebbe un francese "di Nizza di origini tunisine di 31 anni": è quanto riferisce Nice Matin, il grande quotidiano locale. Un testimone intervistato in diretta da Bfm-Tv dice che oltre all'autista ha visto altri "tre uomini" uscire dal camion bianco che si è scagliato contro la folla a Nizza. Una notizia che non trova ancora conferme ufficiali.  Secondo quanto riferisce un reporter della rete all news Bfm Tv, citando fonti confidenziali vicine agli inquirenti, il guidatore del camion "era noto alla polizia per violenze, uso di armi, ma nessun fatto legato al terrorismo". Il veicolo sarebbe stato noleggiato prima dell'attacco.  –

Fonte  RAI NEWS

giovedì 14 luglio 2016

IL PIU' GRANDE GENOCIDIO DI RAZZA DELLA STORIA

Con questo articolo, ripreso da enciclopedia Wikipedia, voglio portare a conoscenza e alla sensibilizzazione di uno dei più grandi, meglio il più grande genocidio di razza della storia del Mondo. Quello dei popoli del continente Americano,  Nord ,Sud e  centro America, ad opera dei coloni del Nord America ( Britannici, Francesi, Olandesi ) e degli Spagnoli nel Centro e Sud America.  Una Storia di cui gli studiosi sono a conoscenza ma di cui non viene fatta menzione in termini indiziari e di condanna, gli abitanti degli Stati Uniti e i suoi Politici sono sempre pronti a condannare gli altri, ma non ricordano i loro massacri; come menziona la Storia sono stati di esempio per quello che definiscono il più grande massacratore del Novecento, un certo Hitler.

Sebastiano Campo


Genocidio dei nativi americani
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Esecuzione di massa di alcuniindios da parte degli spagnoli


Per genocidio dei nativi americani, detto anche genocidio indiano, olocausto americano (in inglese American Holocaust o Indian Holocaust) o catastrofe demografica dei nativi americani, si intende il calo demografico e lo sterminio dei nativi americani (detti anche indiani d'America, pellerossa o, nel centro-sud America, indios e amerindi), avvenuto dall'arrivo dei bianchi alla fine del XIX secolo, periodo in cui, si ritene che un numero tra i 50[1] e i 100 milioni di nativi[2] morirono a causa dei colonizzatori, come conseguenza di guerre di conquista, perdita del loro ambiente, cambio dello stile di vita e soprattutto malattie contro cui i popoli nativi non avevano assolutamente difese, mentre molti furono oggetto di deliberato sterminio, poiché considerati barbari. Per altri la cifra supera i 100 milioni di morti in 500 anni, fino ad arrivare a 114 milioni.[3]

Diversi sono i motivi, anche se principalmente la causa fu l'obiettivo di impossessarsi delle terre e delle ricchezze dei nativi, spesso giustificando in maniera ideologica o pratica gli stermini; gli stessi nativi aztechi e inca, che praticavano sacrifici umani, spesso però si erano convertiti al cristianesimo e avevano abbandonato questi riti, ma nonostante ciò erano considerati esseri inferiori e spesso da schiavizzare e la stessa sorte toccò ai nativi pacifici. Nel Nordamerica morirono meno nativi che nel resto del continente, ma l'impatto fu più devastante a causa del numero più esiguo. Nel 1890 rimanevano 250.000 individui, e si stima che l'80 % (1 milione) fosse stato sterminato nel crollo demografico tra il 1600 e il 1890. Per questo si suole parlare di genocidio dei nativi americani o genocidio indiano, nonché di etnocidio. Nativi e soprattutto meticci costituiscono però ancora una gran parte della popolazione sudamericana, mentre sono una piccola minoranza nel nord.[4]

Il Nuovo Mondo conobbe nel corso del XVI secolo un notevolissimo crollo demografico della popolazione indigena del continente, principalmente dovuto alla diffusione di patologie non curabili quali il vaiolo, l'influenza, la varicella, il morbillo. Queste patologie vennero inconsciamente portate con sé dagli europei e dai loro animali, quando sbarcarono e si stabilirono nel nuovo continente, e poi utilizzate anche in maniera conscia, come armi. Si trattava di malattie pressoché inesistenti in America: mentre le popolazioni di Europa, Asia e Africa avevano sviluppato anticorpi specifici contro di esse, gli indiani si trovarono del tutto inermi di fronte ad esse. Pertanto, questi si ammalarono rapidamente e morirono senza poter fare niente.[4]

Si stima che tra l'80% ed il 95% della popolazione indigena delle Americhe perì in un periodo di tempo che va dal 1491 al 1550 per effetto delle predette malattie. Circa un decimo dell'intera popolazione mondiale di allora (500 milioni circa) fu decimato. La prima malattia che si diffuse nel Nuovo Mondo fu causata da una germe dell'influenza dei suini ed ebbe inizio nel 1493 a Santo Domingo e decimò la popolazione (da 1.100.000 a 10.000)[senza fonte]; nel 1518 comparve il vaiolo ad Hispaniola che si propagò dapprima in Messico, poi in Guatemala e nel Perù; la malattia destabilizzò l'impero inca favorendo la campagna di conquista di Francisco Pizarro ed il massacro della popolazione. Dopo il devastante passaggio del vaiolo e dei conquistadores, fu la volta del morbillo.[4]

I metodi di sterminio e segregazioni attuati contro i nativi nordamericani, secondo lo studioso John Toland, vennero presi a modello (assieme al genocidio armeno e altri stermini o forme di razzismo come l'apartheid o il razzismo contro i neri e le minoranze negli Stati Uniti) da Adolf Hitler nell'attuazione dell'Olocausto contro ebrei, rom e altre minoranze etniche e politiche e, in generale, della politica razziale nella Germania nazista.[5]

Per lungo tempo lo sterminio dei nativi venne ignorato o sottovalutato dalla storiografia ufficiale, perlomeno fino alla metà del XX secolo.[4]
Nativi mesoamericani e sudamericani

Hernán Cortés, conquistadores spagnolo che distrusse l'impero azteco

Cuauhtémoc, ultimo sovrano azteco


Fin dopo i primi viaggi di Colombo gli spagnoli organizzarono nelle isole caraibiche degli insediamenti stabili e dei governatorati coloniali come a Cuba. Il primo, però, ad organizzare una spedizione di conquista verso la terraferma fu Hernán Cortés. Egli il 18 febbraio 1519 con undici navi, poche decine di cavalli e alcuni pezzi d'artiglieria, partì da Cuba verso l'odierno Messico. Dopo aver sostato sull'isola di Cozumel e aver costeggiato lo Yucatan, fondò sulla costa messicana la piazzaforte di Veracruz. Da lì si mosse alla conquista dell'Impero Azteco e nell'arco di pochi mesi, sfruttando le rivalità e conflittualità tra le varie popolazioni facenti parte dell'impero, entrò a Tenochtitlán, la capitale azteca. L'anno successivo, però, egli dovette lasciare la città per fronteggiare l'attacco mossogli da un altro spagnolo, Pánfilo de Naváez, mandato dal governatore di Cuba Diego Velázquez de Cuéllar, che l'anno prima aveva sconfessato Cortés.
Respinto de Naváez, il conquistador dovette rifugiarsi a Tlaxcala, città a lui fedele, a seguito di una ribellione scoppiata nel giugno del '20. Ripresosi e riconquistato il terreno perduto, Cortés entrò definitivamente a Tenochtitlan che ribattezzò Mexico (13 agosto 1521). L'imperatore Montezuma, divenuto un fantoccio nelle mani degli spagnoli, venne assassinato dal suo popolo (o forse dagli spagnoli stessi[6].), mentre suo fratello Cuitláhuac gli successe per breve tempo, morendo di vaiolo. Infine, il cugino Cuauhtémoc divenne l'ultimo sovrano a difendere la capitale e l'impero, prima di cadere in battaglia.

Nei decenni successivi si susseguirono missioni sempre più spesso militari in Centro America, finché dal 1522 le brame dei conquistadores si rivolsero verso un regno sito tra gli altopiani andini e del quale giungevano notizie abbastanza precise sulla sua prosperità e le sue ricchezze minerarie: l'impero inca. Pasqual de Andagoya fu il primo ad arrivare fino a sud dell'attuale Colombia a Puerto de Pinas. Fu però il condottiero e hidalgo spagnolo Francisco Pizarro ad organizzare nel '32 il viaggio di conquista dell'impero inca. Partito da Panama alla fine del '30 con tre navi e quasi centottanta uomini giunse a Túmbez nell'aprile dell'anno dopo. Una volta che ebbe costituito il primo insediamento spagnolo sulla costa pacifica sudamericana (San Miguel de Piura), ripartì alla volta del Biru. Approfittando della guerra civile tra i due fratellastri Atahualpa e Huáscar e utilizzandoli come pedine del proprio disegno strategico, Pizarro soggiogò gli incas, si impossesso dell'ingente tesoro imperiale e spostò la capitale da Cuzco a Villa de los Reyes, ossia l'odierna Lima.
Gli anni successivi furono turbolenti, poiché presto gli indigeni si ribellarono al giogo spagnolo guidati da Manco Capac, l'imperatore imposto da Pizarro in sostituzione di Huáscar, da lui precedentemente sostenuto contro Atahualpa (fatto giustiziare da Pizarro), e anche perché tra il condottiero e Diego de Almagro, che lo aveva seguito, nacquero rivalità sfociate in una guerra tra fazioni. La situazione rimase tale anche con i successori dei due, finché nel 1572 il viceré Francisco de Toledo riuscì a catturare e giustiziare l'ultimo imperatore inca Túpac Amaru e a dare una sistemazione definitiva al suo Vicereame.
Tra queste due spedizioni, ne furono organizzate di numerose tra il 1522 e il 1526 che portarono all'esplorazione e conquista dell'Honduras, del Guatemala, del Messico meridionale di Tepic e nel '29 nel territorio degli indios chichimecas nel Messico nordoccidentale, che rimase una regione instabile per le ribellioni degli indigeni fino al '600 inoltrato.
Lo stesso Cortés organizzò quattro viaggi tra il 1532 e il '39 nello specchio d'acqua che ancora oggi porta il suo nome: Mar de Cortés o Golfo di California[7].
I territori spagnoli del Nuovo Mondo furono organizzati secondo un sistema di tipo feudale. Ai conquistadores la corona spagnola concedeva appezzamenti di terra più o meno grandi (le encomiendas). Il feroce sfruttamento delle popolazioni native provocò un enorme crollo demografico. Furono sterminati così, ad esempio, la maggior parte dei nativi dei caraibi, presto sostituiti dagli schiavi africani, come manodopera a basso costo.

I conquistadores si organizzavano in bande armate per conquistare i territori ancora non colonizzati, le loro spedizioni erano chiamate entradas (incursioni), affidate a loro dalla corona e che li rendeva governatori e comandanti generali allo stesso tempo (il cosiddetto adelantado). Il loro potere, però, non era assoluto[8].

Vennero ridotti in schiavitù moltissimi nativi e vennero utilizzate le ricchezze del loro territorio fertile e dal sottosuolo ricchissimo, favorendo di fatto lo sviluppo economico in tutta l'Europa, e non solo in Spagna e Portogallo. I maggiori sostenitori e beneficiari di questa politica di sfruttamento furono infatti il Regno Unito, Spagna, Portogallo Francia e i Paesi Bassi. Sostanzialmente, i colonizzatori crearono un continente dal quale attingere oro, argento (utilizzando la manodopera dei nativi ridotti in schiavitù) e prodotti agricoli da monocolture (installate bruciando le foreste e le coltivazioni presenti prima dell'arrivo di Colombo).
Uno dei motivi principali dell'arretratezza era il contrasto allo sviluppo industriale locale operato dalle potenze coloniali. Questa portava le colonie a vendere in Europa materie prime a prezzi bassissimi (ad esempio metalli e fibre tessili), per poi comprare prodotti lavorati (ad esempio armi, tessuti, attrezzature) dagli stessi paesi europei. La gran parte di tali ricchezze si riversavano, quindi, nei paesi produttori di tali beni.[7]

Nel 1781 verrà soffocata nel sangue la rivolta dell'ultimo grande capo nativo prima dell'era moderna, Túpac Amaru II[7]

Anche con la fine della schiavitù, nel 1888, la mortalità dei lavoratori era sempre altissima[senza fonte] e le proprietà – terriere e non – erano tutte divise tra pochissime famiglie ricche. Di fatto era ancora più conveniente assumere con contratti temporanei tutti i disperati che non potevano trovare cibo che gestirli come schiavi.

Successivamente si aggiungerà lo sfruttamento neocoloniale, rivolto anche contro gli stessi ispanici dagli Stati Uniti e dalle multinazionali, e la distruzione di parte della foresta Amazzonica, con la scomparsa di molte tribù di cacciatori-raccoglitori.

Sarà solo verso la fine del XX secolo, che gli indios riusciranno, in alcuni paesi come la Bolivia, a ritrovare un certo potere politico e rappresentanza, migliorando le loro condizioni di vita.
Nel XVIII Túpac Amaru II guido' la rivolta peruviana contro gli spagnoli

Atahualpa, ultimo sovrano dell'Impero incas



Nativi nordamericani




Tʿatʿaɲka Iyotake, il grande capo Lakota, comunemente noto come Toro 
Seduto (Sitting Bull)

Scontro fra cavalleria e indiani




All'inizio del Cinquecento, mentre gli spagnoli dilagavano nella parte centrale e meridionale del continente, altri europei presero a esplorare le coste atlantiche della sua parte settentrionale. Così fecero l'Inghilterra (con Giovanni Caboto e Sebastiano Caboto) e la Francia (per mezzo di Giovanni da Verrazzano). A quel tempo a nord del Rio Grande si stima che la popolazione indigena non superasse i 12 milioni di persone, riunite in tribù poco numerose e non unite le une dalle altre. I nativi americani, appartenenti alle tribù Algochine e Cherokee, praticavano un'agricoltura rudimentale e si spostavano con le canoe lungo i fiumi.[2][9]
Fra il XVI e il XVII secolo sorsero in Florida, nel New Messico e in California le prime colonie degli spagnoli che provenivano dall'America centrale. Più a nord, i francesi si inoltrarono nel bacino del San Lorenzo dove si stanziarono nelle città di Québec e Montréal. Da qui i francesi penetrarono nell'interno, verso i Grandi Laghi e successivamente verso sud nel bacino del Mississippi, fino a raggiungere la sua foce, dove fondarono la città di La-Nouvelle Orléans (New Orleans).[2][9]

Si ebbero anche guerre con indiani alleati degli inglesi e altri dei francesi. Furono i britannici che richiesero gli scalpi dei nemici uccisi ai nativi, che prima d'allora non aveva questa pratica. Prima di queste guerre, raramente gli indiani erano stati ostili (escludendo il massacro indiano del 1622), e spesso avevano permesso gli insediamenti in cambio di fucili e altri oggetti, non avendo il concetto di proprietà privata.[2][9]

Ben presto però, fra tutti i coloni, prevalsero gli inglesi che giunsero a dominare l'intera fascia costiera, dove un po' alla volta si formarono 13 colonie, il nucleo fondamentale di quelli che un secolo più tardi divennero gli Stati Uniti d'America (1776).[2]

I primi tentativi di colonizzare l'America settentrionale non ebbero un grande successo, dato che i nativi americani non si adattavano minimamente ad essere assoggettati come manodopera e il clima non favoriva gli insediamenti. Dopo alcuni tentativi falliti, il primo insediamento inglese stabile fu costruito nell'odierna Virginia e prese il nome di Jamestown.

Gli inglesi partirono dalla costa più vicina all'Europa (la East Coast) respingendo progressivamente le popolazioni indigene verso ovest (il cosiddetto Far West).[9] Alcuni politici e intellettuali, come Thomas Jefferson (che paragonò la capacità oratoria del capo Logan/Tah-gah-juta a quella di Demostene e Cicerone)[10], erano interessati alla cultura dei nativi, ma ben presto sorsero i primi conflitti.

I nativi più combattivi e più numerosi, come i Sioux e gli Apache, si opposero con le armi, ma gli inglesi e gli americani avrebbero risposto con violenza ancora superiore, spesso ignorando i trattati e massacrando anche donne, vecchi e bambini inermi, come nel massacro di Sand Creek, ad opera di John Chivington, e nel massacro di Wounded Knee. La vittoria più importante dei nativi fu nella battaglia del Little Bighorn, dove Cavallo Pazzo, con l'aiuto di Toro Seduto, annientò il generale George Armstrong Custer e il suo reggimento 7º cavalleria.[2][9] I capi che resistettero di più furono i celebri Cochise, Toro Seduto e Geronimo; tra gli altri celebri capi di questo periodo si ricordano Piccolo Corvo, Cavallo Pazzo, Nuvola Rossa, Capo Seattle, Capo Giuseppe, Uomo-Teme-I-Suoi-Cavalli, Pioggia Sulla Faccia; alla fine delle guerre in nordamerica (XIX secolo) i nativi rimasti saranno rinchiusi nelle riserve, e otterranno i pieni diritti civili e politici solo nella seconda metà nel XX secolo.[9] Il generale William Tecumseh Sherman fu uno dei maggiori esecutori delle stragi ai danni degli indiani, assieme a Philip Henry Sheridan, sostenitore dello sterminio esplicito dell'etnia nativa, al punto che gli viene attribuita la frase secondo la quale "l'unico indiano buono è l'indiano morto" (in realtà pronunciata dal deputato James M. Cavanaugh)[11].

Anche gli indiani nativi del Canada, Prime nazioni, Inuit, Métis, subirono dei massacri e una consistente riduzione di numero da parte dei coloni britannici e francesi, con episodi collegati all'assimilazione culturale protrattisi fino alla seconda metà del XX secolo.[12]
Le guerre indiane
Lapide presso il Sand Creek, dove il reggimento di John Chivingtonmassacrò un gran numero di nativi

Goyaałé, capo e sciamano apache, più noto col soprannome di Geronimo



I sioux e gli apache, scacciati anche dall'est, allo stremo della sopportazione, reagirono violentemente attaccando e uccidendo anche civili (come negli "attacchi alla diligenza"), in risposta alle stragi indiscriminate ordinate dai generali statunitensi contro i loro accampamenti, e alla colonizzazione forzata dei loro territori. Allora il presidente Ulysses S. Grant si rivolse a Sheridan, sotto la spinta dei Governatori delle pianure, ed egli ebbe carta bianca.[14] Successivamente diverrà comandante in capo dell'esercito al posto di Sherman. Nella campagna d'inverno del 1868–69 attaccò le tribù dei Cheyenne, dei Kiowa e dei Comanche nelle loro sedi invernali, tagliando loro rifornimenti e bestiame e uccidendo ognuno che avesse resistito, conducendo i sopravvissuti indietro nelle loro riserve. Questa strategia proseguì finché i nativi onorarono i trattati che erano stati costretti a sottoscrivere (tuttavia saranno gli stessi bianchi che non li rispetteranno, in futuro). Il dipartimento di Sheridan portò a compimento anche la Red River War, la Ute War e la Black Hills War, che provocarono la morte del suo fido subordinato Custer. Le incursioni dei nativi proseguirono negli anni settanta del XIX secolo e finirono ai primi degli anni ottanta, allorché Sheridan divenne il comandante generale dell'esercito statunitense.[14]

I massacri contro gli indiani
John Chivington, il colonnello che si distinse per la sua efferatezza nel 
massacro degli indiani

Il generale Sheridan



Precedentemente vi erano state già sanguinose rivolte come nelle grandi pianure; il numero di Sioux morti nella grande rivolta del 1862 (detta "guerra di Piccolo Corvo", dal capo che la guidò) rimane non documentato ma dopo la guerra 303 nativi furono accusati di assassinio e rapina dai tribunali statunitensi e successivamente condannati a morte. Molte di queste condanne vennero commutate ma il 26 dicembre 1862 a Mankato, in Minnesota, si andò a consumare quella che ad oggi rimane la più grande esecuzione di massa nella storia degli Stati Uniti, con l'impiccagione di 38 Sioux.[15] Nel 1863 i bianchi catturararono il vecchio capo apache Mangas Coloradas; i soldati lo torturarono, prima di ucciderlo, decapitarlo e mutilarlo inviando il teschio all'est, al museo Smithsonian; quest'atto era considerato intollerabile dagli indiani, non solo per l'efferato omicidio, ma anche perché, nella religione apache, un morto decapitato era costretto a vagare senza mai trovare la pace.[16][17][18][19] Fu allora che gli apache, sotto la guida di Cochise, genero del capo ucciso, cominciarono a uccidere e mutilare i bianchi, prendendo spesso gli scalpi.
Questi fatti furono utili alla propaganda contro i nativi, cosicché la stragrande maggioranza del popolo appoggiava e partecipava agli stermini dei "barbari pellerossa", spesso ignorando che le vendette erano state causate dai crimini precedenti perpretrati dei bianchi. Furono anche messe taglie e premi per chi uccideva più indiani[20][21] The treachery of Lt. Bascom is still remembered by the Chiricahuas' descendants today—they remember it as "Cut the Tent."[22]. Era raro che un guerriero indiano uccidesse donne e bambini dei nemici in guerra, e quando avveniva era per rappresaglia, mentre spesso i soldati lo facevano per affrettare l'estinzione delle tribù native. Si diffuse un'ampia letteratura, fiorente già dal 1700, poi culminata nel cinema western, in cui gli indiani venivano rappresentati come violenti e malvagi per natura.[23]

Nel 1864, durante la guerra di secessione americana, avvenne una delle battaglie indiane maggiormente degne di infamia, denominata non a caso il Massacro di Sand Creek. Una milizia locale, al comando di John Chivington (il quale sosteneva l'eliminazione dei nativi, e che essi andavano «scalpati tutti, grandi e piccoli»[24]), attaccò un villaggio cheyenne ed arapaho situato nel sud-est del Colorado ed uccise e mutilò indistintamente uomini, donne e bambini. I soldati, molti di loro ubriachi, stuprarono le donne e fecero il tiro al bersaglio con i bambini. Gli indiani di Sand Creek avevano avuto la rassicurazione dal governo degli Stati Uniti che avrebbero vissuto tranquillamente nella loro area, ma ciò che causò il massacro fu il crescente odio bianco nei confronti dei nativi. Essi avrebbero voluto trattare la pace, ma i loro ambasciatori, spesso sventolanti la bandiera bianca (tra di essi una bambina di sei anni, durante la battaglia), furono abbattuti a vista, e l'accampamento attaccato a tradimento, mentre i guerrieri maschi giovani erano in gran parte assenti (i 3/4 delle vittime furono vecchi, donne e bambini). Pochi opposero una resistenza, peraltro inutile.[25] I prigionieri vennero tutti fucilati, comprese le donne incinte, e pochi furono i superstiti. Chivington fece prendere gli scalpi di molti nativi, e molti soldati asportarono parti di organi genitali per usarli come ornamenti[26]; Chivington farà esibire gli scalpi in pubblico come trofei a Denver.[27] I morti furono tra 60 e 200 nativi e 24 militari. Vi furono anche alcuni soldati che si rifiutarono di partecipare al massacro.[4][9][25] I successivi congressi diffusero un appello pubblico contro altri simili carneficine nei confronti degli indiani, ma esso non fece presa nel popolo. Gli indiani della zona, tra cui alcuni superstiti cheyenne, poco inclini a combattere d'inverno e meno bellicosi degli apache, organizzarono un gruppo di 1600 uomini e reagirono saccheggiando alcuni villaggi e distruggendo alcune piste, nonché uccidendo molti coloni e soldati.[9]

Nel 1875 l'ultima vera guerra Sioux scoppiò quando la corsa all'oro nel Dakota arrivò alle Black Hills (Colline Nere), territorio sacro per i nativi americani. L'esercito statunitense non precluse ai minatori l'accesso alle zone di caccia Sioux, ed inoltre quando venne chiamato ad attaccare delle bande indiane che stavano cacciando nella prateria, come loro concesso dai precedenti trattati, rispose immediatamente.[4]
Più tardì, nel 1890, nella riserva settentrionale dei Lakota, a Wounded Knee nel Dakota del Sud, il rituale della "danza degli spiriti" portò l'esercito a tentare di sottomettere i Lakota. Durante l'assalto vennero uccisi più di 300 nativi americani, per la maggior parte anziani, donne e bambini. Alla notizia dell'assassinio di Toro Seduto, che ormai aveva deposto le armi e lavorava in un circo, la tribù di Miniconjou guidata da Big Foot (Piede Grosso) partì dall'accampamento sul torrente Cherry per recarsi a Pine Ridge, sperando nella protezione di Nuvola Rossa.[4] Il 28 dicembre furono intercettati da quattro squadroni di cavalleria del reggimento agli ordini da Samuel Whitside, che aveva l'ordine di condurli in un accampamento di cavalleria sul Wounded Knee. 120 uomini e 230 tra donne e bambini furono portati sulla riva del torrente, accampati e circondati da due squadroni di cavalleria e sotto tiro di due mitragliatrici. Il comando delle operazioni fu preso dal colonnello James Forsyth e l'indomani gli uomini di Piede Grosso, ammalato gravemente a causa di una polmonite, furono disarmati. Coyote Nero, un giovane Miniconjou sordo, tardò a deporre la sua carabina Winchester, fu circondato dai soldati e, mentre deponeva l'arma, partì un colpo a cui seguì un massacro indiscriminato. Il campo venne falciato dalle mitragliatrici e i morti accertati furono 153. Secondo una stima successiva, dei 350 Miniconjou presenti, ne morirono quasi 300.[4]

Venticinque soldati furono uccisi, alcuni probabilmente vittime accidentali dei loro compagni.[4]

Dopo aver messo in salvo i soldati feriti, un distaccamento tornò sul campo dove furono raccolti 51 indiani ancora vivi, quattro uomini e 47 tra donne e bambini, presi prigionieri.[4]

Tuttavia, già molto prima di questo evento erano già state eliminate le basi per la sussistenza sociale delle tribù delle Grandi Pianure, con lo sterminio quasi completo dei bisonti negli anni 80, dovuto ad una caccia indiscriminata, spesso effettuata proprio per colpire i nativi, che si nutrivano dei bisonti cacciati, ma in quantità minori tali da non estinguerli.[2] Le guerre, che spaziarono dalla colonizzazione europea dell'America del XVIII secolo fino al massacro di Wounded Knee e alla chiusura delle frontiere USA nel 1890, risultarono complessivamente nella conquista, nella decimazione, nell'assimilazione delle nazioni indiane, e nella deportazione di svariate migliaia di persone nelle riserve indiane. Gli eventi trattati costituiscono una delle basi della discriminazione razziale su base etnica, e del problema del razzismo che affliggerà gli USA fin a tutto il XX secolo.[2]
Morti nelle guerre indiane
La battaglia di Little Bighorn

Soldati presidiano le fosse comuni con i corpi di vittime indiane a Wounded Knee



Basandosi sulle stime di un censimento del 1894, lo studioso Russel Thornton ha estrapolato alcuni dati essenziali: in particolare, dal 1775 al 1890 almeno 45.000 nativi americani e 19.000 bianchi avrebbero perso la vita. La stima include anche donne, vecchi e bambini, poiché i non-combattenti spesso perivano durante gli scontri di frontiera, e la violenza dei combattimenti non permetteva di risparmiare, né da una parte né dall'altra, le vite dei civili.[2].
Dopo le guerre, il XX secolo

Calo demografico forzato, emarginazione, segregazione razziale continuarono negli Stati Uniti e nel Canada nella prima e nella seconda metà del XX secolo. Progressivamente, a partire dagli anni '60-'70 consapevolezza civile, pacifismo, un crescente movimento originatosi dalle controculture beat e poi hippy, le lotte per i diritti civili, e soprattutto i movimenti a favore dei cittadini afroamericani, etnia numericamente rilevante in seguito allo schiavismo, mutuarono una visione sempre più condivisa da buona parte della popolazione a favore dei pari diritti di ogni gruppo etnico. I nativi nordamericani, ormai numericamente esigui, contribuirono alla presa di coscienza con azioni di protesta e denuncia degli abusi. La cultura mainstream testimoniò questi cambiamenti nella musica, nella letteratura, nel cinema, ad esempio traslando dal film western classico sullo stile di sentieri selvaggi al western revisionista sullo stile di soldato blu, uno dei primi western a schierarsi dalla parte degli Indiani d'America non più descritti come selvaggi sanguinari destinati alla sottomissione o allo sterminio. In Canada emersero i fatti relativi alle scuole residenziali indiane, celebrità e storici nordamericani sposarono la causa dei nativi con azioni di rilevanza pubblica.
Sterilizzazione
Una parte degli indiani verrà decimata ancora con la sterilizzazione, spesso coatta, attuata con l'inganno o le minacce, che coinvolgerà 85.000 uomini e donne nativi.[28]
Le riserve

La maggior parte degli indiani sopravvissuti visse poi nelle riserve indiane (inizialmente veri campi di concentramento, poi ghetti e luoghi di residenza), dove poterono mantenere i loro costumi, anche se molti si trasferirono nelle città, ma ben pochi ricoprirono ruoli importanti, perlomeno fino a tempi moderni. Theodore Roosevelt diede un simbolico riconoscimento a Geronimo, permettendo all'anziano capo di cavalcare in abiti tribali durante la parata inauguarale del suo mandato presidenziale (1905).[29] Nel 1924 i nativi furono autorizzati a integrarsi e venne loro concesso il diritto di voto, anche se furono soggetti ancora alla segregazione razziale che colpì anche i neri e tutti i non bianchi fino alla firma del Civil Rights Act del 1964 da parte del Presidente Lyndon Johnson, in cui furono rimosse le leggi razziste e anticostituzionali dei singoli stati.
L'emarginazione e le proteste

Si sono anche avute numerose proteste dalla metà del XX secolo in poi, da parte dei nativi e dei loro simpatizzanti, per il mancato rispetto dei trattati e delle loro richieste politiche e sociali, come l'occupazione di Wounded Knee nel 1973 e la simbolica marcia su Washington. Sempre nel 1973, l'attore Marlon Brando, sostenitore della causa dei nativi, rifiutò di ritirare il premio Oscar ricevuto per la sua interpretazione de Il padrino in segno di protesta, mandando al suo posto una giovane attivista di origine apache, Sacheen-Littlefeather ("Piccola Piuma")[30], che lesse un comunicato dell'attore.[31]

Nel 1980 gli Oglala/Sioux ottennero 100 milioni di dollari per la perdita del territorio delle Black Hills ma i risarcimenti furono rari; talvolta alcuni gruppi di nativi ebbero l'uso di terre, un tempo a loro appartenute, in maniera esclusiva e la licenza per aprire i cosiddetti "casinò indiani".[32]

Nel 2007 alcuni Lakota/Sioux, appartenenti ad una frangia minoritaria dell'American Indian Movement e guidati da Russell Means, hanno chiesto la secessione della loro "nazione", comprendente cinque stati federati, dagli Stati Uniti. Tra i motivi della protesta anche il fatto che nella loro comunità vi sarebbero condizioni di vita nettamente inferiori rispetto a bianchi, ispanici e anche molti afroamericani: vi è infatti un'alta percentuale di suicidi tra gli adolescenti, di 150 volte superiore a quella statunitense, una mortalità infantile cinque volte più alta e una disoccupazione che tocca cifre altissime; sono inoltre molto diffusi la povertà, l'alcolismo e la tossicodipendenza, nonostante i programmi governativi volti - almeno formalmente - a tutelare i nativi varati nel corso degli anni. In seguito a questa azione politica e dichiaratamente nonviolenta, è stata proclamata la nascita di uno Stato non riconosciuto, la Repubblica Lakota.[33]

La segregazione razziale negli Stati Uniti riguardò sia nativi sia afroamericani che altre minoranze per lungo tempo, e anche molti che si pronunciavano contro (come Teddy Roosevelt) ne erano sostenitori in pratica; furono emanate leggi razziali molto severe in alcuni stati del sud, che precorsero quelle della Germania nazista, escludendo i meticci anche di quarta o quinta generazione (proprio come accadeva ai mulatti) dalla comunità bianca, previa analisi genealogica:

« Ad accomunare le due situazioni è in ogni caso la violenza dell'ideologia razzista. Theodore Roosevelt può tranquillamente essere accostato a Hitler. Al di là delle singole personalità conviene non perdere di vista il quadro generale: "Gli sforzi per preservare la purezza della razza nel Sud degli Stati Uniti anticipavano alcuni aspetti della persecuzione scatenata dal regime nazista contro gli ebrei negli anni trenta del Novecento". Se poi si tiene presente la regola per cui nel Sud degli Stati Uniti bastava una sola goccia di sangue impuro per essere esclusi dalla comunità bianca, una conclusione si impone: "La definizione nazista di un ebreo non fu mai così rigida come la norma definita the one drop rule, prevalente nella classificazione dei neri nelle leggi sulla purezza della razza nel Sud degli Stati Uniti". »

Metodi e cause dello sterminio in breve

I colonizzatori utilizzarono diversi metodi di eliminazione dei nativi e della loro cultura e altresì molte furono le cause[4]:

pulizia etnica e spostamento dalle loro terre
distruzione dell'habitat
caccia intensiva ai bisonti, fonte di sostentamento dei nativi del Nordamerica
riduzione in schiavitù e sterminio attraverso il lavoro
strage volontaria
provocare ad arte scontri fra tribù ed etnie (divide et impera)
malattie nuove diffuse accidentalmente (contro cui i nativi non avevano anticorpi)
diffusione volontaria del vaiolo come arma biologica, regalando agli indiani coperte e cuscini infetti e offrendo loro banchetti con cibo contaminato; una volta diffuso, la mortalità tra i nativi era del 90 % dei colpiti[34]
sterilizzazione forzata o attuata con l'inganno
atti di provocazione, sacrilegio e oltraggio, anche violenti, a membri della tribù (in modo da provocare appositamente la reazione violenta degli indiani, a causa del loro codice d'onore tribale), per poterli così perseguitare "con giustizia e ragione" (e giustificare la violenza contro di loro come "repressione di popoli barbari e bestiali")
guerre aperte, con l'uso delle tecnologie più moderne, come le mitragliatrici
omicidi mirati di capi carismatici e uccisioni deliberate di bambini indiani catturati
diffusione deliberata dell'alcolismo o droghe tra i nativi
marce forzate di trasferimento attuate sotto la neve e il freddo

Le cifre e i documenti dello sterminio e dell'etnocidio
Edward Sheriff Curtis, uno dei maggiori fotografi statunitensi estoriografo per immagini della cultura dei nativi americani, durante una spedizione

Quanti fossero i nativi prima della colonizzazione europea delle Americhe è difficile da stabilire: le cifre dell'entità dello sterminio sono ancora al centro di un ampio dibattito storiografico. Secondo le ultime ricostruzioni si tratterebbe del 90% della popolazione indigena morta in meno di un secolo.

Secondo quanto afferma lo studioso David Carrasco: «Gli storici sono stati in grado di stimare con una certa plausibilità che nel 1500 circa 80 milioni di abitanti occupavano il Nuovo Mondo. Nel 1550 solo 10 milioni di indigeni sopravvivevano. In Messico vi erano circa 25 milioni di persone nel 1500. Nel 1600 solo un milione di indigeni mesoamericani erano ancora vivi»[35]

Le cause di una tragedia di così ampie dimensioni sono molteplici: gli stermini perpetrati dagli invasori, le guerre intestine sovente aizzate da questi ultimi per rendere più facile la conquista con la politica del divide et impera, le nuove malattie, i lavori forzati in stato di semi-schiavitù e non ultimo il senso di smarrimento e di perdita di senso dovuto all'annientamento della loro fede e delle loro tradizioni che portarono talvolta a suicidi di massa.

La colonizzazione del Nord e del Sud America presenta delle differenze: i conquistadores spagnoli erano prevalentemente degli avventurieri o degli sbandati che non avevano trovato fortuna in patria. Alcuni praticarono lo stupro sistematico ma i più si unirono con donne indigene di rango superiore e diedero origine alla numerosa popolazione di meticci (mestizos) del Centro e Sud America. Al contrario, gli inglesi arrivavano nel Nuovo Mondo già organizzati in nuclei familiari e questo non favorì l'integrazione della popolazione.

Una tattica comune a tutti gli invasori fu la denigrazione dell'avversario: i nativi furono descritti come esseri bestiali, dediti alle più turpi attività, seguaci del demonio e privi di qualsiasi elemento culturale. Queste idee trovarono terreno fertile negli uomini dell'epoca e furono un motore formidabile di motivazione per i conquistadores e le potenze coloniali. Specialmente i sacrifici umani provocavano un profondo disgusto che giustificava ai loro occhi lo sterminio di quelle civiltà. D'altra parte si sottovalutavano le peculiarità culturali e materiali delle civiltà e dei popoli incontrati.

Alcuni studiosi ritengono che ci furono numerosi tentativi di occultamento, quasi fino a giorni nostri, di gran parte dei documenti prodotti dai nativi e in alcuni casi persino delle rovine archeologiche.

Fu proprio questo, ad esempio, il destino del resoconto del cronista indigeno quechua Guamán Poma de Ayala. Nella sua Primer nueva corónica y buen gobierno, lettera di protesta indirizzata al re Filippo III di Spagna, ripercorre la storia del suo popolo e si lamenta per il destino attuale. Guamán Poma si ritiene testimone oculare dell'ultimo pachacuti, la distruzione che avviene alla fine di ogni ciclo cosmico secondo la mitologia quechua.

Il cronista descrive lo stato di caos e le atrocità subite dal suo popolo e sollecita il re ad intervenire per ristabilire una situazione di buen gobierno. Per centinaia di anni di questo straordinario libro non si è saputo nulla, finché l'opera non è stata ritrovata in un archivio a Copenaghen nel XX secolo[36].

Sorte analoga dovette affrontare il cosiddetto Codice Fiorentino, cioè l'ultima redazione, l'unica bilingue (spagnolo e nahuatl) della Historia universal de las cosas de Nueva España, scritta da fra Bernardino de Sahagún.

La tattica dell'occultamento e della sistematica umiliazione si è rivelata relativamente semplice con le culture del Nord America perché si presentavano essenzialmente come popolazioni con tradizioni orali e con modi di vita che prevedevano spostamenti pendolari[37] in seguito ai movimenti delle mandrie da cacciare.

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