Domenica 17 aprile ’16 si voterà il referendum sulle
trivelle, crediamo sia giusto informare i cittadini sui quesiti referendari per
farsi un’idea sul come votare, considerando anche che questo referendum costa
300 milioni di euro, soldi dei contribuenti, per cui , indipendentemente che si
voti sì oppure no, è un impegno civile e morale andare alle urne ad esprimere
il proprio pensiero. Non si comprende lo sperpero di denaro pubblico in merito,
per risparmiare bastava accorpare alle votazioni amministrative il voto referendario, ma chiaramente il
governo spera che in questo modo non si raggiunga il quorum del 50% più uno e
naufraghi il tutto, in modo da continuare indisturbato a trattare con le
compagnie petrolifere.
Sebastiano campo
Referendum
Trivelle, 10 cose da sapere per votare informati
Articolo
ripreso da l’Espresso dell’11 Aprile 2016
IL QUESITO. Gli
elettori dovranno votare su una questione piuttosto tecnica. Dovranno decidere
se i permessi per estrarre idrocarburi in mare, entro 12 miglia dalla costa,
cioè più o meno a 20 chilometri da terra, debbano durare fino all’esaurimento
del giacimento, come avviene attualmente, oppure fino al termine della
concessione. In pratica, se il referendum dovesse passare - raggiungere il
quorum con la vittoria del sì - le piattaforme piazzate attualmente in mare a
meno di 12 miglia dalla costa verranno smantellate una volta scaduta la concessione,
senza poter sfruttare completamente il gas o il petrolio nascosti sotto i
fondali. Non cambierà invece nulla per le perforazioni su terra e in mare oltre
le 12 miglia, che proseguiranno, né ci saranno variazioni per le nuove
perforazioni entro le 12 miglia, già proibite dalla legge.
LE REGIONI HANNO GIÀ VINTO.
In
principio i quesiti referendari proposti dalle Regioni erano sei. Ora ne è
rimasto solo uno, visto che nel frattempo il governo ha sterilizzato gli altri
con delle modifiche all’ultima legge di Stabilità. I cinque quesiti saltati
puntavano a restituire agli enti locali un ruolo rilevante nelle decisioni
sullo sfruttamento di gas e petrolio. Ruolo ridimensionato con la legge Sblocca
Italia, voluta sempre da Renzi con l’obiettivo di velocizzare i processi
autorizzativi nel settore, fra i più lenti d’Europa. Con le modifiche alla
legge di Stabilità, insomma, il governo è tornato sui suoi passi restituendo
alle Regioni il potere originario.
LE PIATTAFORME INQUINANO? A sostenere che le
trivelle in mare sono pericolose per la salute umana e per la fauna ittica c’è
un documento pubblicato di recente da Greenpeace . Il rapporto è basato su dati
raccolti fra il 2012 e il 2014 dall’Ispra, su commissione dell’Eni, relativi a
34 piattaforme a gas gestite dalla compagnia nell’Adriatico. Nei sedimenti
marini e nelle cozze che vivono vicino alle piattaforme sono state trovate, in
alcuni casi, sostanze chimiche in quantità superiori ai limiti di legge . A
questi dati ha risposto Ottimisti e Razionali, organizzazione che si batte
contro il referendum ed è formata da politici o ex politici (come Gianfranco
Borghini e il presidente di Assoelettrica Chicco Testa), imprenditori,
giornalisti e associazioni per lo sviluppo sostenibile come Amici della Terra.
Oltre a ricordare che le cozze della zona, come tutte le altre, sono sottoposte
ai controlli delle Asl prima di essere messe in commercio, l’organizzazione
mette in luce soprattutto due punti . Primo: i limiti di legge presi a
riferimento da Greenpeace valgono per le acque che distano un miglio dalla
costa, mentre le piattaforme sono più lontane e sottostanno ad altre soglie.
Secondo: nelle sue relazioni l’Ispra conclude sostenendo che non ci sono
criticità per l’ecosistema marino legate alle piattaforme.
INCIDENTI E BANDIERE BLU. Nella storia italiana
si ricorda un solo grande incidente. È quello avvenuto nel 1965 al largo di
Ravenna, quando la piattaforma Paguro, di proprietà dell’Eni, in fase di
installazione saltò in aria causando la morte di tre persone. Non ci furono
gravi danni ambientali, visto che il giacimento era di gas. Piccoli sversamenti
di petrolio, tuttavia, avvengono spesso dove ci sono attività di estrazione. Lo
dice un rapporto del Parlamento europeo , secondo cui solo tra il 1994 e il
2000 nel Mediterraneo (dati specifici sull’Italia non vengono forniti) ci sono
stati 9.000 episodi di questo genere rilevati dai satelliti. Per dimostrare che
le trivelle non recano danno all’ambiente, le società petrolifere - raggruppate
sotto Assomineraria - ribattono con un dato : alle località della riviera
romagnola, che ospitano circa 40 piattaforme, l’anno scorso sono state
assegnate nove bandiere blu, simbolo del mare pulito.
GLI EFFETTI: DAL 2018 AL 2034. Secondo il ministero
dello Sviluppo
economico, al momento nei mari italiani ci sono 135 piattaforme
e teste di pozzo . Di queste, 92 ricadono dentro le 12 miglia : sono quelle a
rischio con il referendum, quindi la maggioranza. Come si può vedere dalla
mappa di pagina 29, ad eccezione della Sicilia le altre si trovano tutte
nell’Adriatico e nello Ionio. Per sapere quando, in caso di vittoria dei sì,
verranno smantellate le piattaforme, bisogna capire come funzionano le
concessioni. Questi permessi rilasciati dallo Stato alle compagnie hanno una
durata iniziale di trent’anni, prorogabile la prima volta per dieci, la seconda
per cinque e la terza per altri cinque. La prima chiusura di una trivella entro
le 12 miglia avverrebbe tra due anni, per l’ultima bisognerebbe aspettare fino
al 2034, data di scadenza della concessione rilasciata a Eni ed Edison per
trivellare davanti a Gela, in Sicilia.
A TUTTO GAS. Dai pozzi situati entro le 12 miglia
si estrae soprattutto metano. Secondo i dati forniti a “l’Espresso” dal
ministero dello Sviluppo economico, nel 2015 queste piattaforme hanno
contribuito al 28,1 per cento della produzione nazionale di gas e al 10 per
cento di quella petrolifera. Giacché l’Italia deve importare idrocarburi per
soddisfare la domanda di energia, le percentuali crollano se si calcola
l’incidenza di queste produzioni sui consumi nazionali. Le trivelle entro le 12
miglia, infatti, nel 2015 hanno contribuito a soddisfare fra il 3 e il 4 per
cento dei consumi di gas e l’1 per cento di quelli di petrolio. Fermando
progressivamente queste produzioni, l’Italia dovrebbe quindi aumentare le
importazioni da altri Stati, alcuni dei quali - come Egitto e Libia - perforano
nello stesso Mediterraneo.
CHI HA PAURA
DEL VOTO. A gestire le piattaforme che rischiano di chiudere per via del
referendum è soprattutto l’Eni. La compagnia di Stato italiana è azionista di
maggioranza di 76 impianti sui 92 totali, mentre la francese Edison ne possiede
15 e l’inglese Rockhopper una. Chi sostiene il no al referendum porta come
principale argomentazione quella della perdita di posti di lavoro. Un dato
preciso sugli occupati nelle piattaforme offshore entro le 12 miglia, però, non
lo forniscono né i sindacati né l’Assomineraria. Quest’ultima dice che in
totale l’attività estrattiva in Italia dà lavoro a 10 mila persone, fra diretti
e indiretti, che diventano 29 mila se si aggiungono gli addetti dell’indotto
esterno al settore. Quanti sono quelli che perderebbero il posto in caso di
vittoria del sì? La questione è controversa per via della gradualità delle
chiusure, dal 2018 al 2034. Secondo il vicesindaco di Ravenna, Gianantonio
Mingozzi, nel distretto della città emiliana alla fine verrebbero a mancare
circa 3.000 posti di lavoro rispetto a oggi.
QUANTO INCASSA PANTALONE. Secondo la società di
ricerca Nomisma-Energia, la tassazione complessiva a cui sono sottoposte in
Italia le società petrolifere è pari in media al 63,9 per cento , un livello
«relativamente alto» nel confronto tra i Paesi Ocse. Rispetto alle aziende di
altri settori, quelle che estraggono idrocarburi pagano in più le royalties,
imposte applicate sul valore di vendita del gas o del petrolio estratto.
Succede quasi in tutto il mondo. In Italia le royalties per chi trivella in
mare sono però piuttosto basse: il 7 per cento per il gas e il 4 per il
petrolio. Nel 2015 tutte le estrazioni, sia su mare che in terra, hanno
prodotto un gettito da royalties pari a 352 milioni . La quota delle
piattaforme entro le 12 miglia, dice il ministero dello Sviluppo, è stata di
circa 38 milioni: la perdita per le casse pubbliche non sarebbe dunque
rilevante.
ITALIA RINNOVABILE. Nel confronto europeo, l’Italia
è uno dei Paesi che ha spinto di più sullo sviluppo delle rinnovabili. Secondo
il Gestore dei servizi energetici (Gse) , nel 2015 le cosiddette fonti
alternative hanno contribuito a soddisfare il 17,3 per cento dei consumi
nazionali di energia. Il dato è in costante aumento, se si pensa che nel 2004
la quota rinnovabile era del 6,3 per cento . L’Italia ha dunque raggiunto in
anticipo l’obiettivo fissato dall’Unione europea, che chiede al nostro Paese di
arrivare al 2020 con il 17 per cento di energia prodotta da fonti rinnovabili.
I critici, però, mettono in evidenza due aspetti. Il primo è che l’obiettivo
italiano è poco ambizioso, dato che altri Paesi dell’Ue puntano molto più in
alto e alcuni (Svezia, Islanda, Norvegia) ricavano già più del 50 per cento
dalle rinnovabili. Il secondo punto è che il governo Renzi, avendo ridotto gli
incentivi per le fonti verdi, non sta spingendo sufficientemente per lo
sviluppo sostenibile.
ECCO CHI TRIVELLA IN EUROPA. L’Italia non è l’unico
Paese a trivellare in mare. Secondo gli ultimi dati disponibili (2010) della
Commissione europea, nelle acque della Ue nel 2010 c’erano quasi 900
piattaforme . La maggior parte, 486, si trovano nel Regno Unito. Segue l’Olanda
con 181, l’Italia con 135, la Danimarca con 61. Staccati di gran lunga tutti
gli altri, con meno di 10 impianti l’uno: Germania, Irlanda, Spagna, Grecia,
Romania, Bulgaria, Polonia. Paesi a cui si potrebbero presto aggiungere, visti
i piani annunciati dai rispettivi governi, anche Croazia, Malta e Cipro. Poi ci
sono altri Stati del Mediterraneo che trivellano in mare, come Egitto, Libia,
Algeria e Israele.

Nessun commento:
Posta un commento