Questa è una notizia, se corrisponde al vero, molto
pericolosa per la democrazia continentale.
Uno schiaffo sonoro alla volontà popolare, un fatto del genere potrebbe
inscenare un odio viscerale verso i burocrati della Comunità Europea che
potrebbe rivelarsi molto più pericolosa di un’uscita indolore della Gran
Bretagna.
Sebastiano Campo
QUOTIDIANO LIBERO del 24 Giugno 2016
DEMOCRAZIA CALPESTATA
"Clamoroso, referendum cancellato": Brexit,
verso il golpe dell'euro-vergogna
Il referendum sulla Brexit? Abbiamo scherzato. Già, perché
il voto del Regno Unito che ha sancito l'uscita dall'Unione Europea potrebbe
essere disatteso. A fare il punto della situazione è Simon Tilford,
vicedirettore del think-tank Centro per le riforme europee, il quale premette
che ciò che è successo configura "una situazione disastrosa". Secondo
Tilford, la recessione che interesserà la Gran Bretagna durerà anni, anche se
"nessuno però può ancora valutarne la portata, ma comunque lascerà il
Paese permanentemente più povero". Poi, un po' sornione, aggiunge:
"Cosa succederà al Paese dipenderà dalla tipologia di accordo che la Gran
Bretagna riuscirà a fare con l'Unione europea, sempre che uscirà davvero".
Ed eccoci, dunque, all'"abbiamo scherzato". Già,
esiste ancora un cavillo per annullare tutto. Il voto sulla Brexit è soltanto
consultivo: perché diventi efficace occorre infatti che il governo britannico
chieda ufficialmente di uscire e che faccia scattare l'articolo del Trattato di
Libsona. "Ma non è ancora detto che succeda - spiega Tilford -. Oltre il
70% del parlamento britannico è contrario ad un'uscita dall'Unione europea ed è
proprio il parlamento che deve ratificare l'uscita. Esiste la concreta
possibilità che non voti a favore dell'uscita e che possa essere convocato un
referendum". L'esperto, insomma, parla di "concreta possibilità"
di cancellare la consultazione democratica con un tratto di penna.
Cosa prevedono i trattati
Ma cosa prevedono, i trattati, in casi specifici come
questo? Tutti gli Stati membri dell’Unione Europea hanno il diritto di
abbandonarla, come ha deciso di fare la Gran Bretagna. Finora non era mai
successo, anche se la Groenlandia, membro autonomo del Regno di Danimarca, ha
lasciato la Comunità Economica Europea, il predecessore dell’Ue, nel 1985, dopo
aver ottenuto l’autogoverno, in disaccordo con la regolamentazione Ue in
materia di pesca e con il bando dei prodotti in pelle di foca. Anche l’Algeria
è uscita nel 1962, dopo essersi liberata dal dominio coloniale francese. Nel
1975 il Regno Unito tenne un altro referendum per decidere se ritirarsi dalla
Cee, in cui era entrata due anni prima sotto il governo Tory guidato da Edward
Heath: allora vinse il fronte del ’Remain’.
A regolare la materia è l’articolo 50 del Trattato
sull’Unione Europea, una delle due parti del Trattato di Lisbona del 2007,
quello che ha creato l’Ue, sostituendo il trattato costituzionale bocciato
dagli elettori francesi e olandesi nel 2005. "Qualsiasi Stato membro può
decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere
dall’Unione", recita il primo comma. "Lo Stato membro che decide di
recedere notifica tale intenzione al Consiglio Europeo (la cui riunione è prevista
il 28 e 29 giugno a Bruxelles, appositamente rinviata per fare in modo di
tenerlo dopo il referendum britannico, ndr). Alla luce degli orientamenti
formulati dal Consiglio Europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un
accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro
delle future relazioni con l’Ue".
"L’accordo - prevede ancora il trattato - è concluso a
nome dell’Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata, previa
approvazione al Parlamento Europeo. I trattati cessano di essere applicabili
allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo
di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica, salvo che
il Consiglio Europeo, d’intesa con lo Stato membro interessato, decida
all’unanimità di prorogare tale termine".
I due anni valgono come limite per stabilire le modalità di
recesso dall’Ue, e non per rinegoziare i rapporti con l’Unione, cosa questa che
potrebbe richiedere anni (le stime variano da cinque fino a nove-dieci).
Naturalmente, lo Stato che recede "non partecipa né alle deliberazioni né
alle decisioni del Consiglio Europeo e del Consiglio che lo riguardano".
La secessione dall’Ue è definitiva, tanto che, se lo Stato
ex Ue dovesse decidere di aderire di nuovo, dovrebbe ripercorrere tutta la
procedura prevista dall’articolo 49: il Paese fa domanda, il Parlamento Europeo
e i Parlamenti nazionali dell’Ue ne vengono informati; lo Stato trasmette
domanda al Consiglio, "che si pronuncia all’unanimità, previa
consultazione della Commissione e previa approvazione del Parlamento Europeo,
che si pronuncia a maggioranza dei membri che lo compongono". L’accordo di
adesione deve poi essere ratificato da tutti gli Stati membri, secondo le
rispettive norme costituzionali.

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