Ho voluto divulgare questo articolo di Marcello Veneziani
sul Pensiero unico che investe la nostra società , un visione che condivido
pienamente e che fa riflettere molto.
Sebastiano Campo
Ci è stato assegnato un tema cruciale ma anche eroico per il
combattimento che prefigura: pensiero identitario contro pensiero unico. Dico
eroico perché sottintende quasi una battaglia tra giganti in corso, ma di
gigante ce n’è uno solo, di battaglia delle idee non c’è traccia, e c’è una
radicale asimmetria tra i due contendenti.
Per cominciare, pensiero unico è una dicitura diffusa, che
viene spesso usata con significati diversi, se non addirittura opposti, ma che
è viziata già in origine perché presuppone l’esistenza di un pensiero. In
realtà quel che chiamiamo pensiero unico ha sì il tratto dell’uniformità e
dell’intolleranza verso le differenze, ma non quello del pensiero. Anzi uno dei
tratti salienti di questo Rullo Compressore è che disprezza il pensiero, lo
ritiene irrilevante, inutile, ozioso. Proporrei di chiamarlo Potere che
uniforma. Quali sono gli elementi che lo compongono? Ne sottolineo quattro, di
diversa provenienza.
1) Il primo elemento è economico-finanziario ed è il
liberismo dogmatico, il dominio indiscusso del capitalismo finanziario
internazionale e dei suoi agenti, il primato del profitto e il mercatismo come
orizzonte globale.
2) Il secondo elemento è il dominio planetario della
tecnica, l’avvento della tecnocrazia e dello scientismo, la tecnodipendenza dei
soggetti e la riduzione dell’umano a nativo digitale o adottivo digitale.
3) Il terzo elemento è la bioetica, vale a dire la riduzione
della natura, della cultura e del costume al primato assoluto della
soggettività, dei suoi diritti e delle sue mutazioni.
4) Il quarto e ultimo elemento è invece l’apertura
incondizionata ai migranti, l’accoglienza e la cancellazione di ogni confine e
di ogni distinzione tra immigrati regolari e clandestini.
Come si può notare si tratta di elementi compositi, i primi
due provengono dalla storia del capitalismo e del progresso tecnologico,
strettamente intrecciati, con una curiosa contraddizione: il liberismo si fa
dirigista, come accadeva nelle economie pianificate del comunismo, detta leggi,
parametri e obblighi, riduce il cittadino a debitore. Ovvero il mercato è
libero fino a un certo punto; deve in realtà sottostare ad alcuni percorsi
obbligati e ad alcune dipendenze, come quelle indotte dal Debito Sovrano, che è
poi l’unica sovranità riconosciuta dal sistema in questione. Gli altri due
elementi provengono invece da un’altra storia ideologica, quella del
radical-progressismo, a cui si aggiunge per l’accoglienza dei migranti
l’apporto del filantropismo cristiano.
Per usare le vecchie categorie di un tempo, possiamo dunque
dire che il cosiddetto pensiero unico è la confluenza della destra economica e
tecnocratica e della sinistra ideologica e moralistica. Il punto di raccordo è
un poligono fondato sull’individualismo cosmopolitico, ovvero
l’internazionalismo e il soggettivismo ed ha come lati e corollari lo
sradicamento, lo snaturamento, la desacralizzazione, il nichilismo. La sinistra
ideologica rinuncia alla rivoluzione sociale ed economica, alla lotta di classe
e al primato operaio, per esercitare il suo ruolo nella sfera dei costumi,
dell’etica, del sesso. E la destra economica lascia che il liberalismo si sposi
alla liberazione dalla natura e dai ruoli sessuali, dalle “identità costrette”
come si dice. Insieme concorrono a demolire gli argini che la realtà, la natura
e la tradizione vi oppone: la comunità, dalla famiglia alla patria, il senso
religioso e spirituale… Il Potere che uniforma si avvale di un linguaggio della
correttezza, quello che viene definito politically correct che in realtà non è
solo politico ma anche etico, sociale, esistenziale. Questo lessico
dell’ipocrisia punisce come reati parole e opinioni che contravvengono al
canone ideologico e moralistico vigente. E sostituisce la tolleranza repressiva
che si condannava con Marcuse nel ’68 con l’intolleranza permissiva, nel senso
che tutto è permesso nella società della liberazione, ma per chi è fuori dalla
correctness c’è intolleranza e perfino incriminazione.
Il Potere che uniforma, a mio giudizio, non è frutto di
chissà quale complotto, non credo alla Cospirazione Universale di Agenti del
Male che siedono in una specie di Comando Supremo nascosto ai più ma svelato
agli iniziati. Penso piuttosto che si tratti di un processo automatico, in cui i
mezzi diventano fini, l’economia e la tecnica si costituiscono in scopi
dell’esistenza, e gli uomini regrediscono a strumenti, anche coloro che guidano
questo processo. Le procedure prevalgono sui significati. Bisogna funzionare,
essere operativi, non critici e tantomeno antagonistici. E’ una reazione a
catena, come spiegava bene Carl Schmitt già tanti anni fa. O come per altri
versi notava Martin Heidegger: è il dominio dell’Impersonale della Tecnica.
Ora, davanti al Potere che uniforma ed esige conformità di
atti, procedure e pensieri, c’è qualcosa come un pensiero che assume coscienza
del processo in corso, che si confronta coi suoi presupposti e le sue
conseguenze, che sottopone al vaglio della critica e si propone di superarla o
quantomeno di fronteggiarla? No, non c’è o c’è in modo scarso, episodico,
frammentario, marginale, inadeguato. C’è come una rivolta basica, d’istinto,
una ribellione del sentire, che premia movimenti nazional-populistici, ma che
difficilmente si eleva sul piano di un pensiero critico o di una compiuta
cultura identitaria. In ambo i versanti
non c’è un pensiero all’altezza della crisi, cioè in grado di cogliere e
misurarsi con la propria epoca.
Il pensiero identitario non è una corrente, un filone
organico, è piuttosto un pensiero sommerso, carsico, che viene da lontano, fino
a coincidere con l’idea stessa di Civiltà e di Tradizione, che giunge
attraverso mille rivoli di pensiero e che si esprime oggi attraverso isolati
pensatori (due sono qui presenti). Il pensiero identitario intreccia cultura e
natura, diritti e doveri, mito e storia, sacro e vitale, politica e comunità.
Avverte che la civiltà subisce un triplice attacco: dall’alto la colonizzazione
global tecno-economica che nasce in un primo tempo come americanizzazione del mondo
e che punta alla desertificazione delle differenze, il reset dell’origine e del
passato. Dal basso subisce l’invasione di flussi migratori incontrollati, che
aliena luoghi, culture, linguaggi e costumi. E ai fianchi subisce l’attacco
formidabile del modello commerciale asiatico, cinese in particolare, la
competizione che fa saltare la produzione industriale, la qualità dei prodotti,
le tutele sociali, le garanzie di lavoro.
Il pensiero identitario rovescia la piramide imposta dal
Potere che uniforma, ovvero rimette l’uomo in piedi: la cultura, intesa come
visione del mondo, tradizione, religione, orienta la politica; la politica
governa la società e guida l’economia, senza gestirla e farsi imprenditore;
l’economia reale prevale sulla finanza, ossia le condizioni di vita reale dei
popoli prevalgono sugli assetti contabili degli stati e delle imprese.
Ma l’identità non è una specie di idea platonica che dimora
fissa nei cieli o un rigido stereotipo a cui si è legati una volta per sempre.
L’identità non è unica, non è immutabile e non è eterna. Ma ciascuno vive un
contesto di plurime identità, che si modificano nel tempo e nei luoghi, e che
possono deperire fino a morire. Le identità sono multiple - personali e
comunitarie, politiche e culturali. Non sono reperti arcaici, inerti e
retorici. L'identità è un principio basilare in filosofia: è di derivazione
presocratica ma poi Aristotele fonderà la logica occidentale sul principio
d'identità. Quella logica su cui ancora ci basiamo per capire e distinguere. Ma
è anche un concetto usurato nella pratica se ne consideriamo l'uso e l'abuso
per rassicurare le proprie pigrizie, non confrontarsi col mondo, chiudersi nel
proprio recinto. Personalmente preferisco riferirmi a un principio più fluido e
vitale che è la tradizione, dove la continuità implica il mutamento, il
passaggio generazionale di padre in figlio, il valore dell’esperienza, e dove
il senso della trasmissione non riguarda solo il passato ma anche il futuro.
Diciamo che l'identità sta alla tradizione come la montagna sta al mare. O con
una formulazione più filosofica, l'identità attiene all'Essere, la tradizione è
l'essere in divenire o in una visione metafisica, è il divenire dentro
l’essere. Riconoscere l'identità è riconoscere in ogni persona e comunità non
solo il suo statuto di vivente, o i suoi diritti individuali, ma un volto,
un'anima e una storia ed una persistenza di fondo che lo identifica.
Nell'identità risiede la sua dignità. È solo nell’identità che l’uomo,
l’umanità, diviene kantianamente da mezzo a scopo.
Un’epoca labile e mutante come la nostra, segnata dalla
velocità, dalla metamorfosi e dalla rapida deperibilità di tutto - principi,
legami e consumi - ha bisogno per contrappeso di punti fermi, di fedeltà che
sfidano la precarietà, la labilità e il volgere delle mode. Mai come oggi
abbiamo bisogno di riscoprire la gioia delle cose durevoli. Ma il discorso
tocca livelli più profondi perché la guerra alle identità è anche una guerra
alla natura. È curioso notare che da un verso viviamo nell’epoca
dell’ecologismo e del salutismo in cui assume valore tutto ciò che è naturale,
biologico, genuino. Ma poi la natura viene degradata al rango maligno se si
riferisce alla condizione umana; là il naturale coincide col bestiale, col
retrogrado, col rozzo, col razzismo, con l’atroce e reazionario ordine
naturale. Il mutante, il transgender, è colui che combatte la sua guerra di
liberazione dalla natura intesa come necessità e come destino. Madre Natura è
benefica finché si parla di valle degli orti e di diete, diventa malefica se si
parla di nascite e di famiglie. Il pensiero identitario è un pensiero del
destino, mentre il potere che uniforma si connota per la negazione del destino
e per la liberazione da ogni ordine naturale.
E qui torno infine al punto di partenza. Ma esiste davvero
una battaglia tra “pensiero unico” e “pensiero identitario”? No, non esiste,
anche perché sul piano dei mezzi il primo giganteggia e il secondo è affetto da
nanismo. Mentre nel regno dei fini, il gigante è il pensiero identitario, il
nano, balbettante, è il “pensiero unico”. E poi, il primo è un processo
globale, un apparato impersonale; il secondo invece passa da persone, popoli,
comunità, luoghi, storie. E per questa duplice asimmetria che un vero
confronto, un vero conflitto, non può al momento accadere. Abitano la stessa
terra ma vivono su mondi diversi…
MARCELLO VENEZIANI

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